«Israele chieda scusa»

Susan Dabbous

MEDIO ORIENTE. La Turchia minaccia di rompere le relazioni diplomatiche con lo Stato sionista se non riconoscerà le sue responsabilità nell’attacco alla flottiglia di aiuti umanitari. Il ministro Lieberman: «Mai».

E' presto per parlare di divorzio, ma la crisi sembra ormai irreversibile. La Turchia ha annunciato ieri di rompere le relazioni diplomatiche con Israele se quest’ultimo non porgerà formali scuse per quanto accaduto il 31 maggio scorso durante l’assalto dei marines israeliani contro un convoglio navale con aiuti umanitari, diretto a Gaza.
 
Nell’ammaraggio rimasero uccisi nove cittadini turchi, in circostanze ancora tutte da chiarire anche se le immagini della mattanza, riprese da videocamere a bordo, sono piuttosto inequivocabili. Immediata la risposta del ministro degli Esteri israeliano, Avigdor Lieberman: «Non abbiamo alcuna intenzione di scusarci». Dello stesso avviso anche il ministro della Difesa Ehud Barak che esclude anche «un incontro tra i ministri di Israele e Turchia, dopo la crisi scoppiata in seguito al raid israeliano sulla Freedom Flotilla per Gaza» perché i tempi non sono «ancora maturi». Barak alla Commissione Affari esteri e della Difesa della Knesset ha svelato, inoltre, di aver rifiutato un meeting con il ministro degli Esteri turco Ahmet Davutoglu a Washington.

 

Lo stesso Davutoglu che ieri ha minacciato la chiusura dei rapporti diplomatici, e dello spazio aereo turco, non solo ai voli militari (come già stabilito la settimana scorsa), ma anche a quelli civili. Un fatto di una gravità inaudita, tanto da aver destato la preoccupazione della comunità internazionale. Il capo della Farnesina, Franco Frattini, ha espresso forte preoccupazione e ha poi annunciato che nelle prossime settimane entrerà a Gaza con una delegazione di ministri degli Esteri dell’ Unione europea per rendersi conto «sul posto di come il blocco israeliano possa essere gradualmente attenuato e completamente rimosso».
 
Ad ogni modo, Frattini attende che «l’esito dell’inchiesta avviata  riveli esattamente che cosa sia successo» la notte del 31 maggio. Un’inchiesta considerata una farsa dalla Turchia, perché non internazionale, vista con sospetto anche da Nazioni unite e Unione europea perché tutta interna (lo Stato di Israele giudicherà l’operato dei militari israeliani a danno di cittadini terzi). Di fatto si trattava di un classico caso che qualsiasi manuale di diritto avrebbe consegnato nelle mani di una giuria imparziale, avviando un’inchiesta internazionale. L’attacco, declassato formalmente ad «incidente» è avvenuto in acque internazionali (a largo delle coste di Israele e Gaza) e sono molteplici le nazionalità dei soggetti coinvolti, anche se le vittime sono solo turche. «Non chiederemo mai scusa per il raid», ha ribadito in serata l’ufficio del premier israeliano Benjamin Netanyahu.
 
«Naturalmente siamo dispiaciuti per la perdita di vite umane ma non siamo stati noi a cominciare a usare la violenza». La posizione ufficiale di Tel Aviv è stata sempre quella della legittima difesa, ma non dello Stato, bensì dell’embargo rivolto ai cittadini di Gaza, rappresentati dal partito Hamas, considerato una minaccia alla sicurezza dell’esistenza stessa dello Stato sionista. In segno di buona volontà, due settimane fa il governo israeliano aveva allentato il blocco, senza però specificare i beni ammessi nella Striscia. Gaza resta quindi la miccia perennemente accesa che scalda i conflitti in Medio Oriente e che vede Israele schierato contro i diversi Paesi della regione, ma finora mai contro la Turchia, che, al contrario rappresentava, solo fino al mese scorso, il primo alleato. Un interlocutore strategico in funzione anti-iraniana e pro-occidentale.
 
Un partner commerciale con cui fare affari soprattutto nel settore militare. Su questa lite, quindi, sono puntati gli occhi del mondo intero, soprattutto degli Stati Uniti che usano il territorio turco come base logistica per le operazioni militari in Iraq e Afghanistan. Lo scontro diplomatico tra Israele e Turchia sarà oggetto della visita che Netanyahu compie oggi alla Casa Bianca. Dall’incontro, il presidente Barack Obama spera di estorcere anche una ripresa del dialogo diretto tra israeliani e palestinesi. Peccato che su questo pesi però la scadenza (a fine settembre) del congelamento (di fatto mai avvenuto) delle costruzioni dei nuovi insediamenti per i coloni in Cisgiordania. Il quotidiano Haaretz ha calcolato che le nuovi edifici saranno almeno 2.700. “L’obiettivo pace” resta ancora molto lontano. 

 

 

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Il disastro di Fukushima, gli uragani, lo scioglimento dei ghiacci, l’aumento dei gas serra. E da noi le alluvioni, e ora anche il crollo di Pompei. Il 2011 non sarà ricordato come un anno “verde”.

268 24 December 2011
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