Cina-Taiwan, l’intesa politica dietro l’economia

Paolo Tosatti

GEOPOLITICA. Dopo la firma dello storico accordo commerciale della scorsa settimana, Pechino chiede a Taipei di aprire ulteriormente agli investimenti. Ma il Partito democratico dell’isola è contrario alla riunificazione.

Tra il dire e il fare c’è di mezzo l’economia. Per anni è stata il simbolo della frattura esistente tra due entità che avevano tutto in comune tranne l’ideologia, tra due popolazioni che pur avendo le stesse identiche radici non avrebbero mai accettato neppure di salire sullo stesso autobus per percorrere un breve tratto di strada o di sedersi allo stesso tavolo per mangiare. Oggi invece la piccola striscia di mare dello Stretto di Formosa, che separa la Cina dall’isola di Taiwan, si fa ogni giorno più sottile. E dove prima esisteva un muro fatto di invalicabili acque, c’è adesso una bassa marea che ha chiare origini economiche, finanziarie e commerciali, collegate ai reciproci vantaggi che i governi di Pechino e Taipei hanno capito di poter trarre da una più assidua frequentazione del vicino.
 
Dopo la firma dello storico accordo commerciale del 29 giugno scorso, il Paese della Grande Muraglia ha chiesto ieri alla sua piccola dirimpettaia di aprire ulteriormente la propria economia agli investimenti di Pechino. Una richiesta che ufficialmente è giustificata dal desiderio di velocizzare quel processo di integrazione commerciale che le autorità dei due Stati sembrano ormai considerare uno dei punti fermi della propria politica economica, ma che in realtà corrisponde anche alla precisa volontà di stringere quanto più possibile rapidamente i legami tra i due ex rivali. In questo momento infatti sia il presidente cinese Hu Jintao che quello taiwanese Ma Ying-jeou desiderano la fusione tra i due Paesi.
 
L’Accordo quadro per la cooperazione economica (in inglese Ecfa, Economic cooperation framework agreement) che è stato sottoscritto la scorsa settimana è solo uno passo lungo questo percorso. Ormai da diverso tempo Ma Ying-jieou e gli eredi del vecchio Partito nazionalista cinese, il Kuomintang, pensano a un futuro riassorbimento nella grande Cina. E sebbene l’opposizione del Ppd il Partito progressista democratico di Taiwan, continui a remare in direzione contraria, chiedendo a gran voce di formalizzare l’indipendenza dalla terra ferma e organizzando manifestazioni di protesta contro gli accordi tra i due lati dello stretto, sia il governo di Pechino che quello di Taipei stanno spingendo fortemente per la riunificazione.
 
Secondo gli esperti di economia l’Ecfa (che è stato sottoscritto nella città di Chongqing, luogo fortemente simbolico, dove nel 1945 Maozedong e lo storico leader della Cina nazionalista Chiang Kai-shek si incontrarono senza riuscire a negoziare una tregua duratura), contribuirà a ridurre le spese di Taiwan per le esportazioni di oltre 13 miliardi di dollari, garantendo al contempo a Pechino una riduzione di quasi 3 miliardi. Se non puoi batterli fatteli amici, recita il proverbio. Meglio ancora riuscire a renderli partner commerciali.  

La prima pagina del giornale
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Il disastro di Fukushima, gli uragani, lo scioglimento dei ghiacci, l’aumento dei gas serra. E da noi le alluvioni, e ora anche il crollo di Pompei. Il 2011 non sarà ricordato come un anno “verde”.

268 24 December 2011
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