Elezioni in Giappone, tripla sfida per il neo premier Kan
ANALISI. Domani gli elettori dell’arcipelago sceglieranno i propri rappresentanti alla Camera alta. Economia in crisi, consenso in calo e rapporti difficili con Washington mettono alla prova il Partito democratico.
Urne aperte domani in Giappone per il rinnovo del Sangi-in, la Camera alta della Dieta nipponica. Gli ultimi sondaggi continuano a dare in forte calo il Minshuto, il Partito democratico (Pdj) del neo primo ministro Naoto Kan, la cui ricetta di alzare l’imposizione fiscale sulle vendite per cercare di guarire la febbre da debito pubblico che affligge il Sol Levante non sembra piacere per niente all’elettorato giapponese.
Subentrato agli inizi di giugno all’impopolare Yukio Hatoyama, salito al potere a settembre del 2009 dopo una storica vittoria sul Jiminto, il Partito liberal democratico (Ldp), che ha governato l’arcipelago quasi ininterrottamente per cinquant’anni, Kan si trova in questo momento ad affrontare tre sfide di notevole complessità: risollevare l’economia dell’arcipelago, riguadagnare la fiducia degli elettori e rammendare gli sfilacciati legami con Washington, il più importante alleato di Tokyo a livello strategico. Il tutto sotto la spada di Damocle di un’elezione che potrebbe costare ai democratici la maggioranza nella Camera dei consiglieri, portando così a una Parlamento diviso con conseguenti, enormi, problemi di governabilità.
Il più grande problema del Giappone in questo momento sono i numeri: pur mantenendo formalmente la posizione di seconda economia al mondo alle spalle degli Stati Uniti (con la Cina che scalpita in terza posizione a soli 90 miliardi di dollari di distanza ed è ormai pronta al sorpasso), Tokyo ha un debito pubblico che rischia di raggiungere il doppio del Prodotto interno lordo, il valore più alto in assoluto tra i Paesi sviluppati. Dunque quello che i giapponesi desiderano più ardentemente è lasciarsi alle spalle una crisi che l’anno scorso ha portato a una contrazione dell’economia del 5 per cento, tagliano posti di lavoro, salari e opportunità. Per questo Kan è molto concentrato sulla questione fiscale: trascinare il Paese fuori dal baratro garantirebbe non solo la ripresa, ma anche un ritorno di popolarità per il Minshuto dopo il crollo causato dalle polemiche sul mancato spostamento della base militare Usa di Okinawa, che hanno costretto Hatoyama a rassegnare le dimissioni.
Peccato però che il diavolo, oltre che nei dettagli, si nasconda talvolta anche nei calendari. A complicare la situazione per Kan e la sua squadra, infatti, ci sono le consultazioni dell’11 luglio. Gli elettori andranno alle urne per scegliere i componenti della Camera alta, composta da 252 membri eletti per 6 anni, rinnovabili per metà ogni tre. E stando ai dati diffusi dagli ultimi sondaggi i giapponesi non sembrano affatto gradire la ricetta di austerity proposta dal premier. Kan vorrebbe raddoppiare l’attuale tassa del 5 per cento sulla vendite, ritenuta dagli economisti troppo bassa per gli standard dei Paesi sviluppati, diminuendo al contempo le imposte sui redditi delle società (in sostanza l’equivalente del nostro Ires). Una manovra che darebbe un po’ di respiro all’intero sistema economico e favorirebbe gli investimenti dall’estero. Ma che si allontana dalla piattaforma programmatica proposta dal Partito democratico al corpo elettorale nel settembre dell’anno scorso, che gli ha garantito quel trionfo sui rivali liberal democratici che attendeva dalla fine della Seconda guerra mondiale. Il rischio dunque è quello di un ulteriore distacco tra il partito e gli elettori.
Per poter continuare a governare con tranquillità il Pdj ha bisogno di conquistare almeno 54 seggi nel Sangi-in, che sommati a quelli dei suoi alleati, in particolare il piccolo ma potente Nuovo partito del popolo, gli garantirebbero la maggioranza. In caso contrario Kan andrebbe incontro a non poche difficoltà. Da una parte infatti si troverebbe alle prese con una Dieta spaccata e il processo legislativo conoscerebbe significativi rallentamenti, visto che nel sistema nipponico le leggi respinte dalla Camera alta possono comunque essere approvate da quella bassa, il Shugi-in, ma solo con una maggioranza di due terzi, non sempre facile da raggiungere. Dall’altra Kan dovrebbe fare i conti con le faide interne al proprio partito, e in particolare con Ichiro Ozawa, vecchio falco della politica nipponica, soprannominato “lo shogun ombra” (il titolo di shogun è stato fino al 1868 quello che indicava il massimo grado dell’esercito in Giappone).
Pubblicamente Ozawa ha più volte preso le distanze dalla proposta del primo ministro di aumentare la tassa sulle vendite, giudicandola un tradimento del patto stipulato con gli elettori. In realtà, però, sono in molti a ritenere che quello che da più parti è considerato il vero artefice del trionfo dei democratici sui liberal stia in realtà aspettando solo che Kan compia un passo falso per prendere il suo posto alla guida del partito alle primarie previste a settembre. Una serie di scandali finanziari ha costretto negli ultimi mesi Ozawa a ritirarsi nelle seconde fila del Minshuto, in attesa di un momento più propizio per tornare sul palcoscenico politico. Un’eventuale sconfitta del neo premier alle consultazioni dell’11 luglio potrebbe appunto rappresentare l’occasione buona per il suo ritorno.
Come se tutto ciò non bastasse, oltre che le questioni interne, a togliere il sonno al primo ministro nipponico ci pensa anche la politica estera. Dopo le dimissioni di Hatoyama, che non è stato in grado di rispettare la promessa di smantellare la U.s. marine corps air station Futenma, la base americana sull’isola di Okinawa, spetta ora a Kan il difficile compito di salvaguardare la tradizionale alleanza con gli Stati Uniti, parando contemporaneamente i colpi del Partito socialista democratico (Sdp), che, dopo aver abbandonato la coalizione di governo di centrosinistra, continua a chiedere con insistenza che il Pentagono trasferisca altrove la base. Per il momento il primo ministro si è limitato a pretendere tempo, ribadendo che la tradizionale alleanza tra Tokyo e Washington non è in discussione, ma evitando di presentare un piano preciso a riguardo. Come ogni buono stratega, infatti, il primo ministro sa bene che prima di ingaggiare una qualsiasi battaglia è bene valutare le proprie forze con estrema attenzione.
Il disastro di Fukushima, gli uragani, lo scioglimento dei ghiacci, l’aumento dei gas serra. E da noi le alluvioni, e ora anche il crollo di Pompei. Il 2011 non sarà ricordato come un anno “verde”.







