Fini: «Siamo uomini liberi»

Aldo Garzia
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POLITICA. Durissima conferenza stampa del presidente della Camera: «Non mi dimetto perché devo garantire il rispetto del regolamento e l’imparzialità non la maggioranza che mi ha eletto».

La fune si è spezzata. Dalla guerra dei nervi in casa Pdl tra finiani e berlusconiani ora si passa alla guerra politica. Gianfranco Fini legge una breve dichiarazione nel salone dell’Hotel Minerva affollato di giornalisti: «In due ore, senza la possibilità di esprimere le mie ragioni, sono stato espulso perché accusato di stillicidio, critica al governo e attacco al premier». Quanto alla richiesta di dimettersi da presidente della Camera, Fini scandisce le parole: «Ovviamente non darò le dimissioni perché è a tutti noto che il presidente deve garantire il rispetto del regolamento e la imparziale conduzione dell’attività della Camera: non deve certo garantire la maggioranza che lo ha eletto. Sostenerlo dimostra una logica aziendale, modello amministratore delegato e consiglio di amministrazione, che di certo non ha nulla a che vedere con le nostre istituzioni democratiche».
 

Il presidente della Camera assicura comunque, ringraziando «gli uomini e le donne liberi che hanno deciso di formare nuovi gruppi parlamentari», il rispetto del programma del Pdl mettendo in chiaro però che non mancheranno «critiche contro leggi e norme non in linea con i nostri valori». Ed è proprio quest’ultima parte della sua dichiarazione ad assomigliare a una dichiarazione di guerra politica. Se Berlusconi pensava di rendere più scorrevole l’azione del governo con l’espulsione di Fini e dei finiani, dovrà ricredersi perché d’ora in poi dovrà contrattare con loro ogni passo. I finiani hanno infatti i numeri per condizionare la maggioranza: 33 parlamentari alla Camera, 10 al Senato. Quanti bastano per formare due gruppi autonomi che assumeranno la denominazione di “Futuro e libertà per l’Italia”.
 
I finiani sono di più di quelli che pensava Berlusconi. L’attuale maggioranza rischia perciò di camminare sul filo come gli acrobati. «Saremo leali al programma di governo mentre sul resto avremo le mani libere». Il deputato finiano, Fabio Granata, spiega così l’atteggiamento del neogruppo Futuro e Libertà per l’Italia. Granata, insieme alla pattuglia di deputati e senatori finiani che lasceranno il gruppo del Pdl era presente all’hotel Minerva. «Fini - ha aggiunto uscendo dalla conferenza stampa - ha risposto in modo pacato al documento incomprensibile votato ieri nell’Ufficio di presidenza del Pdl».
 

Il presidente della Camera, in effetti, non ha aperto la crisi di governo, non spettava del resto a lui. Ma le elezioni anticipate, ipotesi accarezzata da mesi dal presidente del Consiglio, sembrano avvicinarsi malgrado gli scongiuri della Lega (ieri Bossi ha fatto un gestaccio con il dito indice della mano destra a chi gli chiedeva alla Camera una opinione sulla possibile fine della legislatura). Forse è stata anche la constatazione dell’aggravarsi della situazione a consigliare ai berlusconiani di rinviare a settembre il voto alla Camera sul disegno di legge sulle intercettazioni, anche se ieri Enrico Costa, capogruppo del Pdl in Commissione giustizia, ha chiesto di mettere in testa agli impegni della ripresa parlamentare dopo la pausa estiva il disegno di legge sul cosiddetto “processo breve” già approvato dal Senato.
 
La richiesta ha trovato l’opposizione di Pd, Udc, Idv e la perplessità dei finiani. Ciò che accade nel Pdl mobilita l’opposizione. Il Pd chiede un dibattito in Parlamento sulla nuova situazione politica. Sulla possibilità che possano nascere altre maggioranze e un governo tecnico sottolinea: «Dipende dall’oggetto di cui si discute. Se si parla di democrazia parlamentare da ristabilire, di legalità e di temi fondanti, noi non abbiamo pregiudiziali». La riforma della legge elettorale è la prima questione che sta a cuore al Pd. Ultima notizia. Corre voce, in caso di crisi di governo, che se il presidente Napolitano desse un incarico esplorativo a un personaggio politico diverso da Berlusconi i deputati e i senatori del Pdl si dimetterebbero dal Parlamento. Il segnale è chiaro: niente ribaltoni o governi tecnici. 
 

 

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Il disastro di Fukushima, gli uragani, lo scioglimento dei ghiacci, l’aumento dei gas serra. E da noi le alluvioni, e ora anche il crollo di Pompei. Il 2011 non sarà ricordato come un anno “verde”.

268 24 December 2011
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