Il bancomat casalese
RETROSCENA. Ecco come il clan Bidognetti è riuscito a colonizzare la città colpita dal sisma. Grazie all’enorme disponibilità di denaro, il boss era diventato il punto di riferimento di molte ditte in difficoltà.
Per molti imprenditori abruzzesi, i Casalesi erano diventati quasi un bancomat. E, in apparenza, anche estremamente conveniente. Per avere il denaro non serviva esibire alcuna garanzia, il prestito non veniva negato quasi a nessuno: anche agli insolventi cronici i soldi venivano concessi tutti e subito. Nella rete di Michele Gallo, rappresentante del boss Francesco Bidognetti tra L’Aquila e Chieti, non era finito solo Antonio Cerasoli, l’ex presidente di Confcooperative, arrestato la settimana scorsa per aver favorito l’infiltrazione della camorra negli appalti post terremoto. In queste ore sono in corso nuove indagini della Guardia di Finanza su numerose imprese abruzzesi, alcune delle quali aggiudicatarie di importanti lotti nella ricostruzione. Per molte di queste ditte edili c’è il sospetto che abbiano instaurato con i Casalesi un rapporto di collaborazione.
Dunque, non vessazione e sottomissione, ma relazione economica. Michele Gallo a l’Aquila non si è imposto con la violenza del clan d’appartenza. Formalmente non è nemmeno un camorrista. Il suo capo di imputazione è concorso esterno: «non è un vero affiliato, è uno che sta a disposizione del clan», sta scritto nell’ordinanza nel capitolo che riguarda lui e un altro campano coinvolto, Raffaele Bencivenga, titolare di diverse ditte di costruzione che era riuscito a mettere radici tra il Lazio e la Toscana. Gallo appartiene alla nuova generazione di imprenditori collusi con il clan di Bidognetti.
Non si tratta di soldati che rispondono agli ordini, sono quasi sempre loro stessi a decidere le proprie strategie imprenditoriali. Raramente ricorrono direttamente al boss per aggiudicarsi gli appalti, ma approfittano dei vantaggi che derivano dalla agevole reperibilità di contanti e dall’essere considerati vicini ai Casalesi. «Trattano il capoclan come un socio. Gli elargiscono parte dei profitti e si prestano a operazioni come il cambio di assegni e il riciclaggio», spiega il comandante del Gico di Roma, Roberto Piccinini che ha condotto l’operazione sui Casalesi a l’Aquila.
In Abruzzo, l’arma più potente al servizio della camorra è stata proprio l’enorme disponibilità di soldi. Cerasoli era sull’orlo della bancarotta e si è rivolto a Gallo. L’imprenditore campano gli ha concesso una cifra che si aggira attorno ai 150 mila euro, versati in diverse tranche mai superiori ai 10 mila euro. Lo ha anche aiutato a ottenere prestiti e mutui da banche compiacenti. Gallo ha voluto indietro tutti i soldi, a telefono non faceva altro che ricordargli di saldare i debiti, ma non ha mai chiesto tassi usurai.
Per la camorra gli imprenditori puliti sono molto più utili “in attività” (soprattutto se nell’area del sisma) che strozzati da debiti che non potranno mai ripagare. È per questo che dalle intercettazioni Cerasoli appare più come un socio che come una vittima di Gallo. Il timore, negli ambienti giudiziari, è che anche nei prossimi mesi la penetrazione della camorra possa essere facilitata dalla difficoltà economica di molte ditte del cratere, che da mesi non ricevono dal Governo i soldi per le commesse.
Il disastro di Fukushima, gli uragani, lo scioglimento dei ghiacci, l’aumento dei gas serra. E da noi le alluvioni, e ora anche il crollo di Pompei. Il 2011 non sarà ricordato come un anno “verde”.






