Il nuovo schiaffo agli abruzzesi
RICOSTRUZIONE. La decisione del premier di sottrarre la ricostruzione delle aree terremotate agli enti locali avocandola alla Presidenza del Consiglio e alla Protezione Civile è uno schiaffo agli abruzzesi, un vero e proprio insulto a chi è già stato provato da un sisma catastrofico.
La decisione del premier di sottrarre la ricostruzione delle aree terremotate agli enti locali avocandola alla Presidenza del Consiglio e alla Protezione Civile è uno schiaffo agli abruzzesi, un vero e proprio insulto a chi è già stato provato da un sisma catastrofico e poi oltraggiato da un anno e mezzo fatto di interventi d’emergenza, dirette televisive e meeting internazionali che non sono riusciti a spostare una sola carriola di macerie dal centro storico del capoluogo. Per quasi trentamila persone questa è la seconda estate da trascorrere forzosamente sulla riviera, ospiti nelle case di amici e parenti o in affitto, senza avere alcuna prospettiva certa su tempi e modi di rientro nelle proprie legittime abitazioni.
Peggio, ancora oggi non si sa quando sarà possibile tornare solo a passeggiare nel centro de L’Aquila, presidiato giorno e notte dalle camionette dell’esercito che impediscono a chiunque di accedere. Il tutto mentre la grancassa mediatica ha continuato a ripetere la storia del record mondiale di ricostruzione post terremoto, delle case nuove con il frigo pieno e la bandiera tricolore appesa alla finestra. Non si tratta di bugie, intendiamoci. E’ vero che sono state costruite nuove case per quasi 15mila persone a fronte dei 56mila senza tetto, ma questo non ha nulla a che vedere con la ricostruzione della quale i cittadini abruzzesi vogliono sentir parlare. Solo un immobiliarista poteva pensare di risolvere i problemi del post terremoto esclusivamente a colpi di nuova edilizia, solo lui poteva pensare che tornare alla normalità sarebbe stato facile come costruire Milano 2 e Milano 3.
In realtà la scelta di esautorare da subito gli enti locali nel processo di gestione dell’emergenza prima e di ricostruzione dopo, si sta rivelando la vera pietra d’inciampo di una fase post terremoto gestita più in chiave propagandistica che d’efficacia. La scelta di non fare ricorso ai moduli abitativi provvisori (container), ma attrezzare solo tendopoli, la decisione di concentrare mezzi e risorse economiche solo sulla nuova edilizia senza preoccuparsi delle macerie e del recupero delle case lesionate, ha restituito un territorio drammaticamente fratturato, più di quanto avesse fatto il terremoto.
Quello dell’Aquila è un territorio fatto di cesure, fra un centro storico un tempo vivo e pulsante e oggi drammaticamente vuoto e separato dal resto della città, tra i quartieri satelliti del progetto Case che non hanno più un pianeta di riferimento attorno al quale ruotare, tra le frazioni, i comuni del cratere e il capoluogo.
Con il rischio concreto che in questa distanza fra centri decisionali e di spesa si infiltri la criminalità organizzata interessata sempre ai grandi affari.
La ricostruzione de L’Aquila avrebbe avuto bisogno di maggiore condivisione con gli enti locali, a partire dal Comune capoluogo, non di esautoramento, la ricostruzione avrebbe dovuto puntare prima di tutto a restituire ai cittadini le proprie case, i propri luoghi, le proprie strade di passeggio, non a battere i record di costruzione di nuove case completamente avulse dal territorio. La ricostruzione dell’Aquila ha bisogno ora di più quattrini, anche solo per pagare il conto degli alberghi sulla costa che vantano crediti per 50 milioni di euro, e meno chiacchiere. La ricostruzione dell’Aquila ha bisogno di luoghi decisionali più vicini al territorio, del lavoro degli amministratori locali, non serve un capocantiere.
Il disastro di Fukushima, gli uragani, lo scioglimento dei ghiacci, l’aumento dei gas serra. E da noi le alluvioni, e ora anche il crollo di Pompei. Il 2011 non sarà ricordato come un anno “verde”.






