Il premier Hariri corteggia Hezbollah contro Teheran
ESTERI. Un’esplosione sospetta e tanta tensione. Ecco come il Paese si appresta ad affrontare una calda estate tra dialogo e retroscena per scongiurare a tutti i costi i nuovi venti di guerra all’ombra dell’Iran.
Ha fatto il giro della propria vettura quattro o cinque volte, si è allontanato, e ha detonato l’esplosivo. Questa l’immagine ripresa da una videocamera in nel parcheggio della sede degl sindacato degli ingegneri libanesi. Si tratta dell’ultima autobomba esplosa a Beirut. L’episodio risale a due giorni fa. In altri tempi, l’intera città sarebbe rimasta paralizzata per giorni, con tanto di esercito schierato e richiami alla calma. Eppure nel caldo boccheggiante di ieri, la notizia dell’esplosione al sindacato degli ingegneri libanesi è passata quasi subito in sordina e, fra spiagge affollatissime e carnet di concerti dal tutto esaurito, l’ultima bomba libanese è stata immediatamente relegata come un “affare personale”.
Intanto, però in Liabno qualcosa sta bollendo e non certo a livello “personale”. Secondo alcune fonti riservate, già domani si potrebbe tenere un incontro di massimo livello fra il primo ministro libanese Saad Hariri (figlio del defunto Rafiq Hariri), il presidente siriano Bashar Assad e il leader di hezbollah, Hassan Nasrallah. Un triangolo che, fino a qualche anno fa, sarebbe stato impensabile viste le veementi accuse contro la Siria lanciate da Saad all’indomani dell’attentato contro il padre (il premier libanese riteneva che il regime di Damasco fosse dietro al complotto contro Rafiq), e vista la guerra scoppiata nel 2008 fra il partito di Hariri, Mustaqbal, e quello di Nasrallah, Hezbollah. Eppure i tempi sono cambiati, Hariri si è scelto il ruolo del pacificatore e i rapporti regionali sono cambiati. Ma, soprattutto, è cambiato l’orientamento del Tribunale Internazionale formato dall’Onu per indagare sull’attentato che il 14 febbraio 2005 uccise l’ex premier Rafiq Hariri. Secondo quanto denunciato da Nasrallah, infatti, il Tribunale sarebbe pronto a tirar fuori i nomi di alcuni membri “deviati” di Hezbollah che avrebbero preso parte alla pianificazione dell’esplosione. Ce n’è abbastanza per temere il tumulto all’interno del partito al momento più forte sia politicamente che militarmente in Liabno.
E non a caso proprio domani dovrebbe giungere a Beirut una delegazione araba guidata dal Re Saudita e dallo Sceicco del Qatar – due Paesi direttamente coinvolti nella scena politica libanese. La voce è che, con le indiscrezioni partite (e non ancora confermate) sul Tribunale internazionale e Hezbollah, la situazione libanese si sia fatta “esplosiva”. Un fatto che però sembra smentito dal comportamento stesso del premier Hariri che, aperto a ogni evenienza in nome del dialogo, continua a fare la spola fra i suoi oppositori politici cercando una soluzione e chiedendo di mantenere la calma nei confronti del partito, Hezbollah, teoricamente implicato nell’omicidio di suo padre.
Del resto le dinamiche politiche libanesi sembrano attraversare, in questa estate, una fase di transizione. Per il meglio, o per il peggio. Se Hariri si dà un gran da fare inseguendo i leader dell’opposizione, dal Generale Michel Aoun nella sua villa a Sayyd Nasrallah nel suo misterioso nascondiglio, in totale controtendenza con la linea dura che gli Stati Uniti e l’Arabia Saudita si aspettavano da lui anni fa, quando ne hanno sponsorizzato l’entrata in politica, anche Hezbollah potrebbe attraversare una nuova fase.
Sono ormai tre settimane che il leder sciita libanese, il grand’Ayatollah Sayyd Mohammad Hussein Fadhlallah, è morto per problemi di salute. Una scomparsa che per il Partito di Dio significa molto, e potrebbe precludere a un’inversione in chiave più radicalmente filo-iraniana. Da anni Fadhlallah, oppositore della Guida Suprema Khamenei e veemente critico dell’intrusione della religione nella politica, si era posto come guida spirituale del ramo parlamentare di Hezbollah; i rappresentanti di Hezbollah fedeli alle prediche di Fadhlallah restavano lontani dal ramo militare del partito, legato ai Guardiani della Rivoluzione iraniani, pur mantenendo una posizione a favore della resistenza contro Israele. Le incomprensioni fra Fadhlallah e il ramo più schiettamente filo-iraniano di Hezbollah si erano fatte a volte talmente profonde che, per aggiorarne l’influenza, pare che Tehran negli anni avesse più volte auspicato la morte del religioso, con svariati attentati fallimentari. Un problema che evidentemente non si pone più. La morte di Fadhlallah lascia ora campo libero a legami più stretti fra i guerriglieri del Sud del Libano e i pasdaran iraniani che, d’altro canto, stanno portando la Repubblica islamica su posizioni sempre più intransigenti. È forse questo, a lungo termine, l’interrogativo che incombe sul Libano adesso che l’opposizione interna al partito ha perso il proprio riferimento in Fadhlallah, e che il governo inizialmente favorito dagli Stati Uniti si è rivelato pronto a quasi ogni compromesso: che farà l’ormai incontrastato Nasrallah? Se il Libano sembra serenamente assorbito dagli incassi estivi e dalla routine della spiaggia, non si può dire altrettanto del resto della regione.
Israele spinge sul freno e l’Iran è sempre più con le spalle al muro. Le ultime tornate di sanzioni hanno decisamente raschiato il fondo di tutto ciò che si poteva fare contro il Paese senza mettere mano alle armi; adesso un qualunque passo falso in Asia centrale non potrebbe che implicare lo scontro armato fra Iran e Stati Uniti. A quel punto sarebbe compito di Hezbollah schierarsi a fianco della Repubblica Islamica, mettendo a repentaglio la pace nazionale per bombardare la vicina Israele.
È forse questo il motivo per cui Assad domani volerà a Beirut in coincidenza con i regnanti del Golfo arabo; contenere la bomba a orologeria iraniana, e quindi anche Hezbollah, è la priorità economica sia per i filo-occidentali che per i “Paesi canaglia” come la Siria. È forse, anche per questo quindi, che i libanesi si dedicano alla spiaggia e ai concerti, convinti che quella del 2010 non sarà un’estate di guerra. O almeno, lo sperano.
Il disastro di Fukushima, gli uragani, lo scioglimento dei ghiacci, l’aumento dei gas serra. E da noi le alluvioni, e ora anche il crollo di Pompei. Il 2011 non sarà ricordato come un anno “verde”.







