Khmer Rossi, storica sentenza contro Duch
GIUSTIZIA. La corte cambogiana ad hoc condanna a 35 anni di carcere Kaing Guek Eav, ex direttore del famoso centro di detenzione S-21. Per la prima volta la giuria inchioda un alto esponente del regime.
Dopo oltre trent’anni dalla fine del sanguinario regime dei khmer rossi, il popolo cambogiano inizia finalmente a vedere la luce della legalità penetrare la coltre di tenebre che avvolge uno dei periodi più oscuri della sua storia. L’Extraordinary chambers in the courts of Cambodia, il tribunale cambogiano istituito per giudicare i responsabili dei crimini commessi dalla dittatura di Pol Pot, ha condannato ieri a 35 anni di carcere Kaing Guek Eav, meglio noto come “compagno Duch” (si pronuncia Doik), in quella che è destinata a passare alla storia come la prima condanna emessa dal tribunale contro un rappresentante di alto livello del regime.
L’uomo, 65 anni, ex professore di matematica, è stato tra il 1975 e il 1979 il direttore del centro di Tuol Sleng, la celebre scuola superiore trasformata in prigione e centro per torture e interrogatori dove venivano rinchiusi gli oppositori e i nemici dei khmer rossi e del governo della Kampuchea Democratica, come si chiamò ufficialmente la Cambogia durante la loro dittatura. All’interno della struttura, ribattezza “ufficio di sicurezza 21” (S-21 in sigla), trovarono la morte circa 17mila persone, per la maggior parte cambogiani, ma anche vietnamiti, laotiani, indiani, pakistani, francesi, inglesi, statunitensi, neozelandesi e australiani. Tra coloro che vi furono rinchiusi, solo sette persone sono riuscirono a sopravvivere.
La sentenza del tribunale, istituito grazie al sostegno delle Nazioni unite e operativo dal 2006, è arrivata dopo ben 31 anni dalla caduta del regime guidato da Saloth Sar, il famoso Pol Pot, stroncato da un attacco di cuore nel 1998, prima che qualsiasi tipo di tribunale potesse giudicare lo sterminio di oltre 2 milioni di persone compiuto dalla sua dittatura. Nonostante infatti già nel 1997 l’Onu avesse avviato dei negoziati con il governo di Phnom Penh per dar vita a una corte che giudicasse i principali responsabili delle atrocità compiute dai khmer rossi, è stato necessario attendere quasi dieci anni perché si arrivasse alla sua effettiva istituzione. Diversa sorte è toccata a Duch, datosi alla macchia nel gennaio 1979, quando i khmer fuggirono davanti all’invasione dell’esercito vietnamita, arrestato nel 1999 dopo essere stato riconosciuto da un giornalista inglese e accusato di crimini di guerra e contro l’umanità.
Durante il processo, più volte rimandato per la mancanza di fondi, Kaing Guek Eav ha ammesso di essere stato il responsabile del centro di detenzione, aggiungendo però di non aver mai ucciso nessuno personalmente e di aver torturato solo due persone. Nel corso delle udienze l’ex professore ha chiesto formalmente scusa ai parenti delle vittime ma ha sottolineato più volte la sua posizione di semplice subordinato e mero esecutore di ordini, fino a scioccare la platea con una richiesta di assoluzione nel novembre scorso. Una richiesta che i giudici hanno tuttavia respinto, giudicando l’uomo colpevole di tutti i reati di cui era accusato e pronunciando una sentenza di condanna che per la prima inchioda alle sue responsabilità un alto rappresentante del regime dei khmer rossi.
In Cambogia il giudizio delle corte è stato accolto da una parte con gioia per il risultato finalmente raggiunto, dall’altra con scetticismo per l’entità della condanna, da molti considerata irrisoria. Duch infatti non trascorrerà in carcere tutti i 35 anni cui è stato condannato, avendo la giuria disposto una riduzione della pena che tiene conto degli undici anni già passati dall’ex carceriere in prigione e della sua iniziale detenzione illegale, stabilita senza che fosse formalizzata alcuna accusa.
Il lavoro dell’Extraordinary chambers in the courts of Cambodia, comunque, è solo agli inizi. Nei prossimi mesi il tribunale dovrà giudicare anche altri quattro imputati: Khieu Samphan (alias Hem), ex-capo di Stato di Kampuchea Democratica; Ieng Sary, ex-ministro degli Esteri; sua moglie Ieng Thirith (alias Phea), ex ministro degli Affari sociali, e Nuon Chea, considerato il capo ideologico del gruppo. Un altro appuntamento con la propria storia cui il popolo cambogiano guarda con un misto di apprensione e di speranza.
Il disastro di Fukushima, gli uragani, lo scioglimento dei ghiacci, l’aumento dei gas serra. E da noi le alluvioni, e ora anche il crollo di Pompei. Il 2011 non sarà ricordato come un anno “verde”.






