L’Italia del silenzio stampa
LEGGE BAVAGLIO. Niente giornali in edicola, siti non aggiornati ed edizioni essenziali nei telegiornali. Ecco tutte le motivazioni dello sciopero dei cronisti contro il ddl intercettazioni e i tagli della finanziaria.
Pochissimi giornali in edicola (cinque testate), servizi scarni e senza immagini nei principali telegiornali, scalette ridotte all’osso alla radio. Siti non aggiornati. È questa l’Italia del silenzio stampa che è andata in scena ieri. Una giornata all’insegna del “NO” al ddl intercettazioni, ormai ribattezzato legge bavaglio. Una partecipazione enorme, di cui ha ampiamente parlato la stampa estera (Bbc e Le monde) per far amplificare un silenzio assordante.
Queste le intenzioni della Fnsi, la Federazione nazionale della stampa che ha indetto sia la manifestazione del primo luglio che lo sciopero di ieri, all’indomani dell’approvazione del testo al Senato il 10 giugno scorso. «Se la legge verrà approvata anche alla Camera - si legge sul comunicato ufficiale della protesta pubblicato sui siti di numerose testate - non avrà effetti solo su giornali e giornalisti, ma anche sull’attività di indagine delle forze dell’ordine e della magistratura, colpita dai limiti imposti alle intercettazioni telefoniche molto importanti per indagini e processi».
Ma cosa cambia concretamente per i giornalisti? Il disegno di legge che ha visto di nuovo all’opera l’instancabile ministro della Giustizia Angelino Alfano prevede l’impossibilità di pubblicare, tranne che per riassunto, atti processuali, seppure non coperti più dal segreto istruttorio, fino al termine delle indagini preliminari, quindi alle soglie dell’eventuale processo. Considerati i tempi della giustizia italiana, il cittadino verrebbe a conoscenza dei fatti mediamente dai 5 ai 10 anni dopo l’accaduto. La norma prevede inoltre l’assoluto divieto per i testi delle intercettazioni telefoniche, che non potranno essere pubblicate neanche per riassunto. E veniamo alla parte clou, quella che di fatto imbavaglia la stampa: le sanzioni per cronisti e editori. Chi pubblicherà il testo di una telefonata intercettata dall’autorità giudiziaria rischia un mese di carcere e la multa fino a 10mila euro. Per gli editori la sanzione è fino a 450mila euro.
Dal canto suo, la Fieg, Federazione italiana editori giornali, ha espresso ieri «la sua ferma protesta», chiedendo la pubblicazione di un comunicato, con la veste grafica di un necrologio, in prima pagina sui quotidiani di oggi. «Il testo licenziato dal Senato non realizza l’obiettivo dichiarato di tutelare la privacy - si legge -, ma ha semplicemente un effetto intimidatorio nei confronti della stampa. Ne sono dimostrazione le pesantissime sanzioni agli editori». Ieri si è mobilitata anche la stampa cattolica e i gruppi appartenenti alla famiglia Berlusconi come Mediaset e Tgcom. Nei Tg della Rai è stato letto un comunicato dell’Usigrai (unione sindacale giornalisti Rai) che denunciava «la discesa del silenzio di Stato sull’Italia».
Non è invece stato accolto l’appello lanciato ieri dal segretario Usigrai, Carlo Verna, che chiedeva ai «direttori dei Tg di consentire all’autore del servizio, finché la proposta Alfano non sarà legge, di segnalare quelle notizie che non saranno più pubblicabili in futuro», sulla scia della campagna dei post.it del quotidiano la Repubblica. Forte il sostegno allo sciopero anche dalla galassia politica, Pd e Italia dei Valori in testa. Anche i Verdi hanno sostenuto la protesta. «Se approvata - ha dichiarato il presidente del partito ecologista Angelo Bonelli - la legge costituirebbe un vergognoso assist alla criminalità organizzata non solo italiana ma internazionale. Con la norma del centrodestra, infatti, l’Italia diventerebbe un porto franco per i criminali, come alcuni paradisi fiscali lo sono stati per gli evasori».
Tra i giornali che non hanno aderito allo sciopero, invece, un’unica tesi: rifiutare il controsenso di imbavagliarsi contro la legge bavaglio. Una teoria che hanno abbracciato con lo stesso calore il direttore di Libero Maurizio Belpietro così come quello del Riformista Antonio Polito. Quest’ultimo, nel suo editoriale, non ha mancato di tirare le orecchie al segretario del Pd Bersani, reo di immobilismo politico. D’altronde, «se ci si mette il bavaglio da soli - scrive Polito - il Paese avrà leggi peggiori e l’opposizione non avrà vita migliore». E neanche migliorista.
Il disastro di Fukushima, gli uragani, lo scioglimento dei ghiacci, l’aumento dei gas serra. E da noi le alluvioni, e ora anche il crollo di Pompei. Il 2011 non sarà ricordato come un anno “verde”.






