L’Italia fugge in Serbia

Testo di Alessandro De Pascale - Foto di Bruno Maran
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INDUSTRIA. Nel Paese balcanico sono 200 le nostre imprese con 18mila dipendenti, attirate dagli aiuti del governo serbo. Aziende, banche, assicurazioni e privatizzazioni. Nel 2009 investiti oltre 800 milioni di euro.

Negli ultimi anni sono volate in Serbia circa 200 aziende italiane che hanno un giro d’affari di circa due miliardi di euro e più di 18mila dipendenti. I dati sono del nostro Istituto per il commercio estero (Ice) di Belgrado. «Il numero di aziende italiane che hanno delocalizzato in Serbia negli ultimi anni è quasi triplicato», rileva l’Ice. La Serbia inoltre ha retto bene alla crisi economica internazionale e anche se i parametri macroecomici sono peggiorati, il Paese prevede di uscire dalla recessione già quest’anno. «Il governo ha programmato gli investimenti in due aree del Paese, la Vojvodina e la regione meridionale», spiega l’Ice. Perché nella Vojvodina, una provincia tra le più floride e stabili del Paese, è in atto «un processo di delocalizzazione e di privatizzazione di piccole e medie imprese al quale le aziende italiane guardano con molta attenzione». Mentre al sud è arrivata la Fiat con il suo indotto.
 
Il settore industriale italiano più presente in Serbia è quello della maglieria, dell’intimo e delle calzature. Tra i maggiori marchi ci sono sicuramente Pompea, Calzedonia e Golden Lady. Quest’ultimo gruppo che detiene i marchi Omsa, Golden Lady, Sisi e Philipe Martignon, Filodoro e fa capo all’industriale mantovano Nerino Grassi sta per chiudere lo stabilimento di Faenza per costruire il suo terzo centro produttivo nel Paese che darà lavoro a 500 persone. Così da arrivare in Serbia a 2.500 dipendenti. A Nis, nel sud del Paese, potrebbe arrivare anche Benetton che vuole acquistare la Niteks (660 addetti). Altri italiani già arrivati in Serbia sono Adige Bitumi (settore stradale), Fantoni (legno e arredamento), Decotra e Acegas Aps (multi utilities), Fantini e Ferrariplast (costruzioni e prodotti per l’edilizia), Amadori (agro-industria), Applicazioni Elettriche Generali (elettromeccanica), Mondadori e Giunti (editoria).
 
Anche nel settore finanziario l’Italia detiene il 25 per cento del mercato con Intesa-San Paolo, presente in Serbia anche prima della fusione, Unicredit e Findomestic. Mentre in quello assicurativo, i gruppi italiani detengono quasi la metà del mercato (il 44 per cento), con Generali che ha acquistato il 50 per cento della Delta Osiguranje, primo gruppo privato e terzo operatore del mercato, mentre Fondiaria-Sai ha comprato la compagnia statale Ddor, seconda società del comparto. Infatti anche nelle privatizzazioni, oltre 2.000 aziende vendute dal 2000 ad oggi, i gruppi italiani figurano al secondo posto per numero di società acquistate. Ora tra le più appetibili rimaste sul mercato ci sono la compagnia aerea di bandiera Jat, la famosa Telekom Serbia (telefonia), la Energoprojekt (costruzioni e ingegneria), la Metalac (pentole) e la Galenika Fitofarmacija (farmaceutica).
 
La presenza del nostro Paese in Serbia, quindi, non si limita alla Fiat. Il presidente serbo Boris Tadic, scaltro uomo politico di centrosinistra a metà del suo secondo mandato, ora vuole puntare tutto sulla green economy e considera la crescita degli eco-investimenti, una delle priorità da perseguire sia per lo sviluppo dell’economia che per l’aumento dell’occupazione. Va in questa direzione l’ipotesi di Fiat, Renault e Lamborghini di realizzare in Serbia un polo per le auto a idrogeno ed elettriche. Dopo gli anni di isolamento della guerra e dell’embargo, la Serbia si è rimessa in carreggiata. Grazie al massiccio programma di aiuti di Stato, in attesa dell’ingresso nell’Unione europea che potrebbe avvenire già nel 2015. Si parte dall’Iva all’8 per cento e dall’aliquota sui profitti di impresa tra le più basse d’Europa (10 per cento).
 
C’è poi l’esenzione sui dazi doganali per materie prime, semilavorati, macchinari e componenti, quella totale da qualsiasi imposta per i grandi investimenti, l’azzeramento delle tasse sui profitti per cinque anni per tutte le imprese che ottengono concessioni pubbliche e fino a 10mila euro di contributi per ogni nuovo assunto. A favorire l’export ci pensano gli accordi di libero scambio verso Russia, Bielorussia e Kazakhstan. Con queste misure in Serbia sono arrivati 1.400 miliardi di euro di investimenti diretti esteri soltanto nel 2009. L’Italia è al quinto posto, con 804 milioni di euro, rispetto ai 18,3 del 2005. Il nostro Paese sta insomma puntando su Belgrado e nel 2009 è diventato il terzo partner commerciale della Serbia, grazie a un interscambio complessivo di 1.685 milioni di euro, con 586 milioni di importazioni e 1,099 miliardi di esportazioni.  

La prima pagina del giornale
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Il disastro di Fukushima, gli uragani, lo scioglimento dei ghiacci, l’aumento dei gas serra. E da noi le alluvioni, e ora anche il crollo di Pompei. Il 2011 non sarà ricordato come un anno “verde”.

268 24 December 2011
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