L’uomo che spiegò il segreto del replay
SUDAFRICA. Zama Masondo è il telecronista sudafricano ufficiale del Mondiale e racconta le partite con enfasi brasiliana e una parola diventata ormai un segno di distinzione: ladùma.
Ha sessantuno anni ma ne dimostra quindici di meno. Una montagna d’uomo, gentile e sorridente, a cui brillano gli occhi quando gli chiedi cosa proverà a raccontare la finale dei Mondiali, come fosse un giovane virgulto del giornalismo. Zama Masondo in Sudafrica è un’istituzione. E il suo “ladùma” è qui come in Italia il grido “Allegria!” di Mike Bongiorno.
Zama è il telecronista più famoso del Paese, lavora per l’emittente Supersport e - in uno studiolo di tre metri per tre - commenta tutte, ma proprio tutte, le sessantaquattro partite dei Mondiali. Voce calda e profonda, e soprattutto tanta fantasia che gli ha permesso di diventare un personaggio. «È nato tutto dopo un viaggio in Brasile. Due colleghi operatori mi portarono allo stadio Maracanà di Rio, si giocava Brasile-Svizzera. Mi entusiasmai a sentire l’urlo con cui i telecronisti commentavano il gol, e decisi di imitarli. Al ritorno in patria ho inventato “ladùùùùùùma”: significa “ha tuonato”, ed è diventato per tutti i tifosi il modo di festeggiare un gol». Non è soltanto “ladùma” la parola d’ordine di mister Masondo. C’è una complicatissima espressione zulu, “Ngonyawo lo nwabu”, che letteralmente significa “il passo del camaleonte”.
Con questa frase Zama descrive il replay. «In molti villaggi gli anziani non avevano mai visto la televisione - mi spiega - e le prime volte che guardavano un’azione al replay non capivano cosa stesse succedendo. Allora ho inventato questa frase, cominciando a dire: e ora rivediamo l’azione col passo del camaleonte. L’importante è cambiare anche l’intonazione, come se anche la mia voce in quegli istanti andasse al rallentatore. E il gioco è fatto». Quali aspetti ti piace privilegiare nel racconto?, gli chiedo. «I concetti sono tre: intrattenere, educare, informare. Il resto deve farlo la voce. La gente dev’essere riscaldata. Quando comincia una partita c’è qualcuno che cucina, qualcuno in giardino, qualcuno sul divano. Io devo essere capace di chiamarli tutti davanti alla televisione».
Cos’è questo Mondiale per il Sudafrica? Una vittoria, una sfida, un’opportunità? Lui sorride: «È una benedizione di Dio. È quanto di meglio potesse capitare perché ospitiamo l’unità delle persone, tutti i continenti sono qui a casa nostra grazie al Mondiale. È la prima volta che succede sul territorio africano e tutti beneficeranno di questo, la nostra crescita può essere più veloce. Anche per me è la cosa più bella che potesse accadere. Era un sogno poter raccontare tutte le partite di un Mondiale». La finale dei tuoi sogni? «Non credevo che una squadra africana arrivasse fino in fondo. Sarei stato felice di raccontare Argentina-Brasile. Erano le mie favorite, e sarebbe indimenticabile». Invece toccherà a due europee. Ma sarà indimenticabile lo stesso.
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Il disastro di Fukushima, gli uragani, lo scioglimento dei ghiacci, l’aumento dei gas serra. E da noi le alluvioni, e ora anche il crollo di Pompei. Il 2011 non sarà ricordato come un anno “verde”.







