La bisca del governo
RICOSTRUZIONE. Berlusconi dopo il sisma aveva promesso «8 miliardi di euro da spendere nei prossimi tre anni per riportarlo in condizioni di normalità». Ma non vengono pagati nemmeno gli alberghi degli sfollati.
Mancano i soldi, la ricostruzione non è nemmeno cominciata», ha denunciato un manifestate abruzzese, ieri da piazza Venezia nel pieno centro di Roma. E come potrebbe essere iniziata? A L’Aquila non sono nemmeno state rimosse le macerie. Del resto i soldi per la ricostruzione vera e propria, arriveranno a rate, nei prossimi 24 anni (articolo 18, comma 1 del decreto Abruzzo, diventato legge il 24 giugno 2009). Con quel testo, il governo ha messo in piedi una sorta di bisca per L’Aquila, perché le uniche risorse previste è il miliardo e mezzo di euro in tre anni (500 milioni l’anno), garantito esclusivamente dall’introduzione di nuovi giochi e scommesse.
Una tassa sui poveri quindi, sugli anziani che tentano la sorte e sui giovani che scommettono il risultato del loro sport preferito. Così il settore dei giochi, l’unico che non risente della crisi economica, essendo cresciuto nel 2009 del 14,4 per cento con 54 miliardi e mezzo di euro spesi dagli italiani, viene riformato per decreto. Nessuna riforma organica, come più volte promesso dal sottosegretario all’Economia, con delega al settore, Alberto Giorgetti. Ma il miracolo, promesso dal premier Silvio Berlusconi, doveva essere un altro. Il 23 aprile 2009, a poco più di due settimane dal terremoto in Abruzzo, il Cavaliere convoca a L’Aquila il consiglio dei ministri.
Al termine, rassicura soddisfatto i cittadini colpiti dal disastro, illustrando gli aiuti che il governo metterà in campo: «150mila euro a fondo perduto in caso di distruzione della casa e 80mila in caso di danneggiamento». Ma soprattutto «8 miliardi da spendere nei prossimi tre anni per riportare l’Abruzzo in condizioni di normalità». Il governo parla di miracolo, di un provvedimento unico per stanziamenti e rapidità delle procedure. Un miliardo e mezzo viene previsto per fronteggiare l’emergenza e gli altri 6,5 per la ricostruzione.
Ma alla fine, come abbiamo visto, l’amara verità, come troppo spesso accade, è tutt’altra. La parte più sostanziosa dell’intervento promesso inizialmente, circa 4 miliardi e mezzo di euro, dovevano arrivare dai tre fondi speciali gestiti da palazzo Chigi: imprevisti, anticrisi e infrastrutture. I restanti due miliardi dagli enti previdenziali e dalla cassa depositi e prestiti. Alla fine, tranne la bisca, non rimarrà nulla. Per la gioia del comparto giochi. Tanto che ora l’Abruzzo torna a chiedere con forza una tassa di scopo.
Dal primo luglio è terminata anche la sospensione delle tasse. «L’Aquila è disperata - ha spiegato ieri dalla manifestazione il sindaco della città Massimo Cialente -. Un operaio con mille euro in busta paga avrà una ritenuta mensile di tasse di 240 euro». Poi c’è il problema degli sfollati. Negli hotel della costa vivono ancora 3.500 persone. Ma queste strutture «non vengono pagate - spiega uno degli ospiti degli alberghi - e abbiamo paura che ci buttino fuori».
A questo è chiaro che i soldi raccolti dai giocatori con il decreto Abruzzo, pari a circa 400 milioni di euro, non bastano. Nonostante per l’emergenza finora siano stati spesi 1,5 milioni di euro: l’intera cifra che il decreto aveva previsto di raccogliere in tre anni. Il resto? Arriverà, se tutto va bene, in comode rate, entro il 2033.
Il disastro di Fukushima, gli uragani, lo scioglimento dei ghiacci, l’aumento dei gas serra. E da noi le alluvioni, e ora anche il crollo di Pompei. Il 2011 non sarà ricordato come un anno “verde”.






