La crociata di Damasco contro il velo negli atenei
MEDIO ORIENTE Il più laico tra i regimi arabi proibisce il niqab, la copertura integrale, nelle università. Il divieto ha creato un moto di riprovazione e scontento da parte di quasi tutta la stampa araba
«Quelle coperte da capo a piedi?», chiede Aida aggiustandosi il velo, «bah, che ridicole. Le hai mai viste quando camminano intorno ai banchi del sesmercato come tende, o quando cercano di mangiare il gelato sotto il velo? Io le chiamo ninja. Sul serio». È un commento come tanti, di quelli che si sentono fra le ragazze pie, conservatrici e “a modo” in Siria e che, pur pregando tre volte al giorno e seguendo i consigli della mamma per trovarsi un marito osservante, proprio non mandano giù l’idea che le donne si coprano il volto. Ragazze alle quali non dispiacerà affatto l’ultima delle crociate anti-integraliste lanciate da Damasco, ospite del più laico fra i regimi arabi: il divieto di portare il niqab, il velo integrale. La nota è partita settimana scorsa dal ministero dell’Educazione siriano con una circolare senza mezzi termini: «È proibita l’iscrizione di donne integralmente velate all’interno delle università siriane, sia pubbliche che private; è altresì proibito alle maestre presentarsi in classe col volto coperto». Il divieto ha creato un vero moto di riprovazione e scontento da parte della stampa araba, quasi tutta basata - guardacaso - nei Paesi che del velo si sono fatti promotori: quelli del Golfo. Se il nuovo modello femminile arabo è quello proposto dal Qatar, patria di Al Jazeera, con la devota moglie dello sceicco al Thani velata di nero, lontana anni luce dalle sottane della bella regina Rania di Giordania, è spettato a quotidiani come al Khaleej (appunto basato nel Golfo) scagliarsi contro Damasco, oltretutto alludendo con molca poca discrezione al fatto che il presidente Siriano, Bashar Assad, non solo è laico, ma non è neanche di origine musulmana.
«Anche se il suo regime non si sente a proprio agio con i segni della religiosità islamica, la Siria rimane un Paese musulmano. Senza contare che il divieto minaccia la libertà religiosa delle donne in un paese nel cuore del mondo islamico», ammoniva ieri un editoriale intitolato «Che dire del divieto sul velo?». Eppure l’hijab, come il velo viene chiamato nel Corano, di per sé non significa molto di più che “nascondere, coprire qualcosa dallo sguardo”. La differenza sta nella gradazione, e quello di coprire il viso è a parere di molti dotti islamici un retaggio tradizionale che niente ha a che vedere con l’Islam. Il rischio, per i sostenitori della libertà di vestirsi quanto e più piace, è l’effetto boomerang: più il divario fra classi sociali, relegando le ragazze di famiglia povera ed arretrata (l’istruzione sotto la superficie della modernizzazione, il divieto sul velo può finire con l’aumentare ancora di è ancora in parte gratuita in Siria, garantendo un minimo di mobilità) alle quattro mura di casa. Coprirsi è spesso l’unico compromesso possibile per chi proviene da famiglie estremamente conservatrici. Vietarlo, come avviene già in Turchia, significherebbe privare le donne dell’opportunità di emanciparsi. Ma col niqab, la faccenda sembra ben diversa, e ben lungi dallo sfiorare tradizioni e folklore locale. Sono poche le nonne siriane che ricordano velette sul naso e manti neri: fino a qualche anno fa, il pudore stava tutto nel coprirsi il capo da sguardi indiscreti, visto che i capelli sono considerati dalla cultura araba un’attrattiva sessuale al pari delle curve del corpo.
Negli ultimi anni, invece, c’è stata un’autentica inversione culturale che non è passata soltanto dalle famigerate scuole religiose e dalla propaganda islamista finanziate coi soldi del Golfo del Petrolio, ma anche, più semplicemente, dalla televisione e dalle pubblicità venute dai ricchi Emirati di Dubai, di Abu Dhabi, e dall’alleato degli Usa par excellence, l’Arabia Saudita: la bella principessa che scende dal Suv per inoltrarsi nel centro commerciale al fianco dei suoi cinque figli vestiti di bianco, ispiratrice delle nuove generazioni di ragazzine arabe, è coperta da capo a piedi come nelle fiabe di Aladino; imitarla sembra ormai quanto di più tradizionale possa esserci. Insomma, a quanto pare, a partire da questo caldo luglio la repubblica araba siriana ha cominciato all’interno delle proprie scuole la sua lotta non soltanto contro il fondamentalismo religioso, ma anche contro l’archetipo della Barbie del Golfo: alta, ricca, filo-occidentale, e velata come un ninja.
Il disastro di Fukushima, gli uragani, lo scioglimento dei ghiacci, l’aumento dei gas serra. E da noi le alluvioni, e ora anche il crollo di Pompei. Il 2011 non sarà ricordato come un anno “verde”.







