Madrid, braccia incrociate non solo in metropolitana
MONDO. Settimana bollente nel servizio trasporti della capitale spagnola, mentre i sindacati preparano lo sciopero generale del prossimo 29 settembre. Si protesta contro il taglio del 5 per cento dei salari dei lavoratori pubblici deciso dal governo Zapatero e che fa parte del piano di risanamento discusso con l’Unione europea. E' intanto scoppiata la grana dello Statuto di autonomia della Catalogna, bocciato in parte dalla Corte costituzionale. L’opposizione spera in elezioni anticipate, ma i socialisti faranno di tutto per non accontentarla.
La Spagna, come ogni anno, si appresta ad accogliere in questi giorni decine di migliaia di turisti nelle isole di Ibiza, Formentera e dell’arcipelago delle Baleari ma anche lungo la Costa Brava e la Costa del Sol, oltre che nelle città d’arte di Granada, Cordoba e Siviglia che sono le perle dell’Andalusia. Si prevede un leggero calo di presenze rispetto agli anni passati causa crisi economica, eppure il settore turistico dovrebbe dare un po’ di ossigeno a una economia nazionale che dal 2008, dopo più di dieci anni di ininterrotto sviluppo, è andata a testa in giù a ritmi vertiginosi facendo temere che la Spagna potesse seguire l’amaro destino della Grecia, Paese sorvegliato speciale dell’Unione europea per i suoi conti finiti in rosso.
Mentre le temperature atmosferiche si stanno stabilizzando oltre i 30 gradi, quelle dei conflitti sociali sono oltre il livello di guardia e non solo per colpa dei quasi 4 milioni di disoccupati (il 20 per cento della forza lavoro complessiva). Prendiamo il caso di Madrid. Lunedì e martedì scorsi la capitale spagnola è stata paralizzata dallo sciopero totale del servizio di metropolitana, uno dei più ammirati d’Europa per efficienza, modernità e copertura chilometrica. La rete è molto estesa, con dodici linee che si incrociano raggiungendo ogni punto della città e anche molte località dell’hinterland al di fuori del centro urbano. Lo sanno bene i turisti che con soli 2 euro prendono la linea numero 8 (Nuevos Ministerios-Barajas) che unisce l’aeroporto al centro di Madrid.
Lunedì e martedì sono state giornate terribili per la capitale. I lavoratori della metropolitana, contravvenendo agli accordi di legge in base ai quali dev’essere assicurato un minimo di servizio anche quando si sciopera, hanno paralizzato per 48 ore una città abituata a muoversi – come Parigi – usando prevalentemente il metrò (si calcola che siano 2 milioni i cittadini che ne fanno uso più volte al giorno). Solo da mercoledì è stato assicurato il 50 per cento del servizio, la situazione è tornata normale nel weekend in attesa dell’esito di una possibile trattativa.
Il Comitato di sciopero, a cui hanno aderito Comisiones obreras (Ccoo) e Ugt, i maggiori sindacati, protestano contro il taglio del 5 per cento dei salari dei dipendenti pubblici deciso dal governo socialista di José Luis Rodríguez Zapatero ed entrato in vigore con le buste paga di giugno. Domani, lunedì, il Comitato che decide le agitazioni ha deciso che il servizio metropolitano tornerà totalmente alla normalità ma solo perché l’intera giornata sarà dedicata al negoziato con le controparti. I lavoratori della metropolitana chiedono il riconoscimento di uno status particolare rispetto agli altri lavoratori pubblici.
Dove tagliare?
Esperanza Aguirre, presidente della Provincia di Madrid, leader della destra del Partito popolare, ha preso posizione contro lo sciopero: «Potevamo escludere dai tagli questi lavoratori? Sì, ma non ci è parso giusto. Impiegati pubblici che hanno il salario garantito, per la maggior parte pagato dai contribuenti, e un posto di lavoro stabile non potevano costituire una eccezione. Anche se per le loro mansioni hanno una maggiore capacità di ricatto». Ugualmente preoccupato è Alberto Ruiz Gallardón, sindaco di Madrid, di solito polemico con la collega di partito Aguirre per via dei suoi toni dal sapore dittatoriale. Il premier Zapatero ha invitato i lavoratori a negoziare «perché insieme al diritto di sciopero occorre rispettare anche il diritto dei cittadini a servizi efficienti e alla mobilità».
L’unica soluzione - dicono i sindacati - potrebbe essere stabilire insieme alla società Metro che gestisce il trasporto metropolitano dove tagliare il 5 per cento di risorse ma non vogliono sentir parlare di tagli salariali, che nel loro caso sono stati stabiliti - grazie a una legge regionale - solo all’1,5 per cento. La società Metro, che ha 7.600 lavoratori alle proprie dipendenze, deve risparmiare la cifra tonda di 8 milioni di euro da qui alla fine del 2010 per rispettare la tabella dei sacrifici stabiliti dal governo.
Mercoledì scorso si sono intanto svolte in tutta la Spagna manifestazioni sindacali all’insegna della parola d’ordine “Así no” (“Così no”) contro la linea di austerità varata dal governo di Zapatero. Sono il preludio dello sciopero generale già indetto per mercoledì 29 settembre, che rischia di diventare una giornata indimenticabile come avviene per la canzone di Lucio Battisti e Mogol. In questo caso però non per un amore agli inizi che ne fa dimenticare un altro, come recita il pezzo musicale reso famoso dall’interpretazione dell’Equipe 84 negli anni Sessanta, bensì per il livello di conflittualità tra i sindacati e un governo socialista (per trovare un altro braccio di ferro di queste dimensioni bisogna infatti risalire al 1988, quando le organizzazioni sindacali indissero uno sciopero generale contro il governo del socialista Felipe González che chiedeva sacrifici per l’ingresso definitivo della Spagna nell’Unione europea).
La protesta sindacale è indetta contro la riforma del mercato del lavoro approvata dalla maggioranza che sorregge Zapatero e con l’astensione del Partito popolare. La riforma prevede che le aziende possano ridurre il tempo di lavoro dei precari ed eventualmente licenziarli con maggiore facilità attingendo al Fondo di garanzia sociale per pagare un minimo di giornate garantite: l’obiettivo è quello della maggiore flessibilità del mercato del lavoro ma il no di Ugt e Ccoo è senza appello. Dice Toni Ferrer, segretario della Ugt: «Le imprese potranno licenziare di più e più economicamente, la riforma non tampona l’emorragia della disoccupazione». L’esecutivo socialista si difende sostenendo che il piano di austerità (si prevede anche di innalzare l’età pensionabile degli uomini a 67 anni, se dovesse essere necessario) è imposto dalla Commissione europea che ha chiesto al governo di Madrid di recuperare il 6 per cento del deficit rispetto al Pil entro e non oltre il 2011. Quanto all’eccesso di flessibilità, Zapatero ha più volte ricordato che la riforma del mercato del lavoro prevede anche incentivi alle aziende per stabilizzare i posti di lavoro a tempo indeterminato e crearne di nuovi. Dall’1 luglio è nel frattempo aumentata l’Iva, una decisione che può avere effetti di ulteriore depressione sul calo dei consumi.
La spina Catalogna
Mentre divampa lo scontro sociale che vede il governo progressista di Zapatero nella scomoda situazione di essere assediato dai sindacati, l’esecutivo ha un’altra grana con cui fare i conti. Una recente sentenza della Corte costituzionale spagnola sullo Statuto di autonomia della Catalogna - che approva il grosso del testo negando però il valore giuridico del termine “nazione” contenuto nel preambolo - rischia di provocare nuove frizioni politiche. Il socialista José Montilla, governatore della Regione, ha chiesto un incontro urgente con Zapatero per discutere eventuali modifiche al testo dello Statuto di autonomia, scartando la convocazione di un referendum popolare come chiesto invece dai partiti nazionalisti catalani sia di governo sia di opposizione. Quest’ultimi hanno tuttavia convocato una manifestazione di protesta per il 10 luglio a Barcellona.
La Corte costituzionale, bloccata per quattro anni a causa del braccio di ferro fra magistrati progressisti e conservatori, è intervenuta per rispondere al ricorso presentato dal Partito popolare nel 2006 con cui si sosteneva la tesi dell’incostituzionalità dello Statuto. La sentenza della Corte stabilisce l’incostituzionalità di un intero articolo (quello sull’autonomia giudiziaria) e in parte di altri tredici. Secondo il governo, la sentenza della Corte consegna uno Statuto perfettamente applicabile, ma i socialisti catalani vogliono che il governo risolva politicamente quegli aspetti eliminati dalla sentenza e che considerano irrinunciabili, come ad esempio i riferimenti alla “nazione catalana” (limitati peraltro al solo preambolo del testo).
La sentenza della Corte riapre un fronte di polemiche che Zapatero sperava di aver chiuso positivamente nel 2006, durante la sua prima legislatura. L’esecutivo, oltre ad assicurare maggiore autonomia alla Catalogna soprattutto in materia di autogestione finanziaria, si era prefisso l’obiettivo di stabilire un precedente che dimostrasse la fattibilità di rinnovati margini di autonomia per alcune Regioni senza forzare i vincoli della Costituzione. L’opposizione del Partito popolare e della Chiesa cattolica, che accusano Zapatero di favorire lo smembramento dell’unità nazionale, assieme alla sentenza della Corte ripropongono il problema dell’autonomia dallo Stato centrale, che è acuto in Catalogna e nei Paesi baschi dove più forti sono le spinte autonomiste. Qualsiasi pretesa da parte del Partito nazionalista basco (Pnv) di decidere unilateralmente del futuro istituzionale dei Paesi baschi (dove però da un anno i socialisti governano la Regione per la prima volta) con un referendum che contempli l’ipotesi di secessione è stata esclusa nettamente dall’esecutivo guidato da Zapatero. Il premier socialista ha messo in guardia i baschi: i binari istituzionali per qualsiasi revisione del loro Statuto di autonomia sono quelli seguiti nel caso della Catalogna: una prima approvazione del Parlamento regionale, la discussione nel Parlamento nazionale che certifichi la costituzionalità del documento e infine la ratifica referendaria da parte dell’elettorato regionale.
Le elezioni d’autunno
A ottobre la Catalogna sarà chiamata al voto per rinnovare il proprio Parlamento regionale. Qui a governare è il cosiddetto “Tripartito”, di cui fanno parte socialisti, il Partito della sinistra repubblicana (Erc) e gli ecosocialisti di Icv che appoggiano Zapatero a livello nazionale. All’opposizione sono il Partito popolare e gli autonomisti di centro di CiU (Convergencia i Uniò). I sondaggi danno in crescita CiU, a discapito di Erc e socialisti. Stabile è invece il consenso per il Partito popolare. Se si realizzasse uno scenario di questo tipo, il probabile governo della Catalogna resterebbe tripartito ma con CiU al posto di Icv, con un asse politico più moderato e più nazionalista. Su quest’ultimo scenario punta la corrente dei fratelli socialisti Maragall (Pasqual, il minore, è stato sindaco di Barcellona e presidente della Regione prima di abbandonare la politica attiva a causa di una malattia) che è più nazionalista di Montilla e potrebbe così condizionarne la politica in caso di riconferma alla guida della Regione, dal momento che viene considerato troppo indulgente nei confronti della leadership di Zapatero. In questo contesto già di per sé complicato, si potrebbero aggiungere altri elementi: per esempio, un referendum per l’indipendenza della Catalogna promosso da associazioni indipendentiste e dal nuovo partito di sinistra ultra indipendentista Reagrupament, nato da una scissione dell’Erc.
Il pericolo è che questione sociale e questioni regionali possano provocare il temuto corto circuito con ripercussioni sulla stabilità del governo. Mariano Rajoy, leader del Partito popolare, chiede da parecchie settimane la fine anticipata della legislatura che dovrebbe invece terminare il suo corso naturale nel 2012. Zapatero gli ha risposto picche, consapevole del fatto che per ora i sondaggi danno i socialisti ad almeno 5 punti sotto il livello di gradimento dei popolari. La politica, si sa, è l’arte del possibile. Nei prossimi due anni la crisi economica potrebbe aver girato la boa della fase più critica e i socialisti potrebbero ricandidarsi per un terzo mandato consecutivo alla guida del governo, anche se Zapatero sta pensando da un anno a questa parte a un ritiro come candidato premier per lasciare il posto a uno dei suoi attuali outsider (una donna?).
Il disastro di Fukushima, gli uragani, lo scioglimento dei ghiacci, l’aumento dei gas serra. E da noi le alluvioni, e ora anche il crollo di Pompei. Il 2011 non sarà ricordato come un anno “verde”.







