Mark Knopfler incanta Roma

Valerio Ceva Grimaldi
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CREATIVITA'. L’ex leader dei Dire Straits ripropone, al Parco della Musica, una scaletta di brani che ripercorre trent’anni di musica rock. Una band affiatata e tante chitarre per una serata di grande musica.

Mark Knopfler torna a Roma e conquista l’Auditorium. Il suo Get Lucky tour ha fatto tappa nella Capitale martedì sera, con un concerto che registrava il tutto esaurito da oltre un mese. Gran voglia di buona musica, e il Sultano del rock non ha tradito. Dopo i successi planetari dei Dire Straits, duetti con Eric Clapton. Bob Dylan, James Taylor, Chet Atkins, e nonostante influenze country ed echi irlandesi, il timbro della chitarra di Knopfler rimane tuttora inconfondibile. Una certezza granitica per gli appassionati. Il Maestro del finger picking, che addomestica le chitarre senza l’uso del plettro, ha regalato oltre due ore d’intenso concerto ad un pubblico che l’ha seguito in un silenzio quasi religioso. Magnetico.
 
Attento ai dettagli, dai modi gentili e dall’humour tipicamente british, l’ex leader dei Dire Straits si accompagna ad una band di sette elementi: Guy Fletcher (tastiera, chitarra e cori, già nei Dire Straits), Richard Bennett (chitarra), Danny Cummings (batteria, anch’egli ex Dire Straits), Matt Rollings (piano e organo), Glenn Worf (basso), John McCusker (fiddle) e Michael McGoldrick flauti e legni) di grande valore. E sono proprio i flauti ad aprire il concerto con Border Reiver, un brano dell’ultimo album Get Lucky. Ma la serata knopfleriana non è affatto un omaggio commerciale all’ultimo disco, ma si trasforma (e non è poco, né un caso frequente) in una galoppata nella prateria di tanta buona musica. Di ieri e di oggi. Un concentrato di virtuosismi e tante chitarre (nella sola Telegraph road Knopfler ne cambia due), che ripercorrono trent’anni di capolavori del rock come Sultans of Swing, (il brano che ha lanciato i Dire Straits, annata 1978), Romeo and Juliet (eseguita, nella sua parte acustica, con la scintillante e delicata Dobro), Brothers in arms e So Far Away.
 
Brani che sembrano scritti ieri, profondi e docili come i modi del musicista inglese, che continuano ad essere adorati dai suoi fans e considerati come pietre miliari da tanti giovani musicisti. Religioso silenzio, si diceva, che non resiste alla profonda Hill farmer’s blues, che impegna Knopfler in un lungo assolo che scatena gli applausi di un pubblico sempre più entusiasmato. è poi il momento di un duo tiratissimo: Speedway at Nazareth e la già citata Telegraph road, brano del 1982, dove le chitarre diventano le protagoniste assolute. Voce un po’ roca, tocco perlato, Knopfler ha un modo tutto suo, essenziale ma sempre efficace, di vivere il palco: da musicista.
 
Nessuna concessione al personaggio (della sua vita privata si sa poco o nulla), il Sultano dello swing conquista perché non eccede. In uno star system musicale in cui in troppi sgomitano per farsi notare, l’artista inglese va in controtendenza e fa una sola cosa, che è senza dubbio quella che gli riesce meglio: suona. E fa parlare la sua chitarra in un modo così musicalmente trascinante che in molti, tra il pubblico, mimano i movimenti delle mani per seguire passo passo gli assoli. L’unica differenza, rispetto al passato, è che stavolta il chitarrista, classe 1949, rimane quasi sempre seduto («Il medico m’ha ordinato: niente disco dance!», ha scherzato dal palco). Un po’ un segno dell’età. Ma, si sa, la buona musica non invecchia mai.  

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Il disastro di Fukushima, gli uragani, lo scioglimento dei ghiacci, l’aumento dei gas serra. E da noi le alluvioni, e ora anche il crollo di Pompei. Il 2011 non sarà ricordato come un anno “verde”.

268 24 December 2011
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