Negoziati sul clima, accordo ora o mai più
COMMENTI. Il 2 agosto si aprono a Bonn i lavori negoziali della Convenzione Quadro delle Nazioni unite sui cambiamenti climatici in vista della prossima Conferenza di Cancun. Un nuovo nulla di fatto sarebbe drammatico. Ecco perché.
Dal 2 agosto si apre a Bonn una settimana di lavori negoziali della Unfccc (Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti Climatici) in vista della prossima Conferenza di Cancun (Messico).
E' la terza volta quest’anno, dopo la disastrosa Conferenza di Copenhagen, che si incontrano i due gruppi di lavoro, quello sul nuovo Protocollo di Kyoto (AGW-KP) e quello sul nuovo Trattato di Lungo Periodo (AGW-LCA), che stanno lavorando per aggiornare i testi, sulla base di quel poco di concreto che è stato declamato nel cosiddetto “accordo di Copenhagen”, (peraltro non approvato). Una quarta riunione si terrà nel prossimo mese di ottobre in Cina per la messa a punto finale di questi documenti, che saranno portati alla Conferenza di Cancun nella quale si dovrà arrivare a quelle decisioni che non sono state prese a Copenhagen.
Questa sessione negoziale si apre con due novità: una positiva e l’altra negativa. La novità positiva riguarda l’esordio ufficiale di Christiana Figueres, il nuovo Segretario Esecutivo della Unfccc, nominata il 17 maggio scorso, ma insediata nella Unfccc agli inizi di luglio al posto del dimissionario Yvo de Boer. Christiana Figueres ha già fatto sapere di essere determinata a recuperare parte del tempo perduto, quanto meno per evitare il rischio che dopo la scadenza del Protocollo di Kyoto, cioè dopo il 31 dicembre del 2012, si annulli il lavoro di 18 anni della Unfccc.
La novità negativa è, invece, la decisione di Obama e dei Democratici americani, per motivi legati alle elezioni di medio termine (di novembre) e per la crisi ambientale del Golfo del Messico, di rinunciare a quella legge sul clima (climate bill) annunciata nella Conferenza di Copenhagen, che avrebbe rappresentato un segnale forte e chiaro, anche se insufficiente e molto minimale, della buona volontà americana di giungere ad un trattato condiviso sul clima, dopo il negazionismo oscurantistico di Bush.
Queste due novità riflettono, però, gli atteggiamenti che già esistono nell’andamento del negoziato. Se da una parte gli organi delle Nazioni Unite, dopo Copenhagen, stanno cercando di esercitare un ruolo più efficace per chiudere i negoziati in modo concreto (è stato sostituito anche il presidente del gruppo Agwlca con la nuova presidente: Margaret Mukahanana-Sangarwe dello Zimbawe, che ha introdotto un metodo di lavoro poco dispersivo e molto più pragmatico), dall’altra parte, i governi, attraverso i loro delegati nazionali, continuano a girare a vuoto, anzi hanno aumentato la cortina di nebbia entro cui si sono avvolti, per nascondere dietro a bizantinismi formali, una anacronistica difesa ad oltranza di interessi faziosi politico egemonici ed economico-commerciali.
Christiana Figueres ha elaborato una serie di proposte su come modificare le procedure Onu per arrivare, entro la data ultima del 3 ottobre 2012, a una velocissima ratifica degli accordi da parte di 143 Paesi: il “quorum” minimo necessario perché gli accordi entrino in vigore dopo 90 giorni, in modo da evitare il vuoto normativo al 1 gennaio 2013 che farebbe, tra l’altro, andare in crisi il mercato del “carbonio” e tutto il sistema di cooperazione internazionale che rende ambientalmente compatibile ed economicamente conveniente lo sviluppo pulito. Ma anche le modifiche delle procedure Onu dovranno essere negoziate e approvate, con il meccanismo del consenso, da tutti i Paesi della Unfccc. L’idea è buona, ma metterla in pratica non sarà facile, se manca la volontà comune di arrivare ad una conclusione certa entro quest’anno o al massimo entro l’anno prossimo.
Purtroppo di questa volontà non ci sono segni. Dopo la disfatta di Copenhagen, anche quel poco di concreto che era stato declamato nel cosiddetto “accordo di Copenhagen” si sta dimostrando una presa in giro: le dichiarazioni sugli impegni concreti che i singoli Paesi hanno ufficialmente presentato nella precedente sessione di Bonn del giugno scorso, appaiono del tutto ridicole rispetto all’obiettivo pomposamente declamato di mantenere il surriscaldamento globale sotto di 2°C. Inoltre, i due gruppi di lavoro (AGW-KP e AFW-LCA) che dovrebbero integrare impegni di breve periodo (al 2020) con gli impegni di lungo periodo (al 2050), si ignorano a vicenda, complicando parecchio le necessità di integrazione e di bilanciamento dei due trattati, nonostante una proposta di “common space” dell’ultima sessione negoziale e una proposta di semplificazione avanzata dalla Presidente del gruppo AGW-LCA.
Infine, non c’è ancora traccia dei 30 miliardi di dollari per anno promessi, come “fast track”, per il triennio 2010-2012, al fine di aiutare i paesi più poveri nelle loro azioni di riduzione delle emissioni e di adattamento ai cambiamenti climatici. Vista la crisi mondiale, questi finanziamenti finiranno probabilmente nel “dimenticatoio”.
Se gli USA, ora, intendono disimpegnarsi nei fatti, ma rimanere impegnarsi solo a parole, perché dovrebbero, al di là delle parole, impegnarsi con fatti concreti la Cina, l’India e gli altri nuovi potenti inquinatori mondiali emergenti? Se poi si aggiunge che anche l’Europa continua a rimanere alla finestra, come sta avvenendo fin da Copenhagen, senza decidere obiettivi più ambiziosi e un ruolo guida mondiale, perché Usa, Cina ed altri dovrebbero, per esempio, riconsiderare a Cancun le loro posizioni, e perché i vecchi firmatari del Protocollo di Kyoto, già reticenti, come il Giappone. il Canada e la Russia, dovrebbero in futuro impegnarsi di più per frenare le loro emissioni?
Su questo ruolo defilato dell’Europa, non va dimenticato che la maggiore responsabilità ricade proprio sull’Italia che in tutti i Consigli dei ministri europei dell’ambiente e in tutte le riunioni del Consiglio Europeo, ha bloccato sistematicamente qualsiasi iniziativa che possa dare all’Unione Europea un tale ruolo guida con obiettivi più ambiziosi di riduzione delle emissioni. Insomma, a Cancun non potranno accadere miracoli. Se Cancun si chiuderà con un nulla di fatto, si aprirà ufficialmente la crisi del vuoto post-Kyoto temuta da Christiana Figueres, una crisi che non è soltanto formale per gli impegni legati ad un trattato delle Nazioni Unite, ma anche una crisi economico finanziaria connessa con i meccanismi flessibili del Protocollo di Kyoto e, soprattutto, una crisi di responsabilità e di etica verso le generazioni future per i danni derivanti dai cambiamenti del clima che le generazioni attuali lasceranno in eredità.
Il tempo è scaduto: tra questa sessione di Bonn e la prossima di ottobre in Cina, è urgente arrivare a impegni seri e concreti da parte, sia dei paesi industrializzati in coerenza con l’obiettivo dei 2°C, sia dei paesi in via di sviluppo in relazione alle loro possibilità e responsabilità. Gli impegni dovranno essere accompagnati da chiarezza sulla reale affidabilità delle risorse finanziarie promesse, comprese le istituzioni finanziarie che dovranno garantire la gestione dei finanziamenti, e da chiarezza sulle questioni economiche legate alla cooperazione internazionale per la decarbonizzazione dello sviluppo. Lo spettro di una crisi post-Kyoto sta diventando realtà!
Il disastro di Fukushima, gli uragani, lo scioglimento dei ghiacci, l’aumento dei gas serra. E da noi le alluvioni, e ora anche il crollo di Pompei. Il 2011 non sarà ricordato come un anno “verde”.






