Nei bovini c’è traccia dell’Ilva

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Dina Galano
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INQUINAMENTO. Una ricerca scopre metalli pesanti negli animali. E i tarantini sono pronti a votare la chiusura dello stabilimento.

A dimostrare che l’Ilva di Taranto, lo stabilimento siderurgico più imponente d’Europa, pregiudica nel profondo gli equilibri ambientali della regione si è aggiunto uno studio scientifico condotto dal dipartimento di veterinaria delle Università di Bari e Napoli. I ricercatori da anni stanno monitorando la salute degli allevamenti della zona per verificare quanto e quali sostanze generate dal polo industriale si insinuino nell’intero ciclo naturale fino a lasciare traccia negli animali da pascolo.
 
«Gli esami sui bovini - ha spiegato Anna Morelli, specializzanda all’Università di Bari - sono iniziati qualche anno fa dall’osservazione casuale di lesioni sospette negli animali, nel corso di un lavoro in alcuni mattatoi. Abbiamo quindi deciso di prendere in esame i bovini come specie sentinella per rilevare segni di rischio ambientale nell’area di Taranto».  Dai primi risultati, pubblicati su “Folia Histochimica et Cytobiologica” , si è accertata la presenza di metalli pesanti: carbonio, alluminio, silice, ferro e titanio sono stati trovati in polmoni e fegato di quei bovini nati e allevati nell’area di Taranto.
 
Per venti chilometri attorno all’area dove sorge l’Ilva, inoltre, il pascolo è stato vietato per espresso provvedimento della Regione che ha motivato proprio in virtù del forte concentrazione di diossina. Che l’inquinamento sia ben più esteso di quanto accertato dall’amministrazione Puglia è convinzione anche dei comitati dei residenti della zona che stanno in questi giorni perfezionando le procedure per indire un referendum popolare. Raggiunte le 12mila firme, depositate al Comune il 27 luglio, il Comitato promotore “Taranto sicura” attende di poter chiedere ai cittadini di esprimersi a favore della chiusura dello stabilimento, o quantomeno dell’area a caldo dello stabilimento (quella responsabile delle emissioni altamente inquinanti).
 
«Ora i tarantini si devono rendere responsabili e decidere futuro dei loro figli e dei loro nipoti», ha chiosato l’avvocato Nicola Russo, coordinatore dell’iniziativa referendaria.