Nel Social forum della crisi tanto spazio all’ambiente

Annalena Di Giovanni
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TURCHIA. Durante la tre giorni si discute di sovranità alimentare, cambiamenti climatici, “debito verde”. Ma soprattutto di acqua: privatizzazione delle risorse urbane, ottimizzazione dell’uso e idroegemonia.

Il sole va e viene fra piogge torrenziali e temperature da sciogliersi, mentre all’interno del campus universitario una ragazza bielorussa chiede quasi a gesti a un volontario come mai i programmi delle conferenze siano soltanto in turco. Benvenuti a Istanbul 2010, sesto caotico appuntamento del Movimento dei Movimenti, apertosi ieri fra il Parco di Maçka e l’Università Tecnica di Istanbul. Quest’anno il raduno è scarno, praticamente privo di Ong, lontano dai problemi dei conflitti per concentrarsi sulla crisi economica dell’ Europa. Quell’Europa di cui la Turchia fa già parte. «Istanbul», spiega Huseyin Yesil, uno degli organizzatori del Social forum, «nonostante i molti problemi pratici che presentava, era in una posizione diversa rispetto agli altri Paesi europei. Ci aspettavamo un approccio diverso da quello emerso da paesi nordici come Germania o Francia. Perché qui abbiamo la guerra e la questione curda; ma siamo anche uno dei Paesi più colpiti dalla crisi finanziaria. Per questo ci siamo focalizzati sulle questioni del lavoro. Lottiamo contro le privatizzazioni e i piani di austerità».

 

La Grecia a un passo da Istanbul, dunque; ma anche la guerra. «Inizialmente, quando abbiamo chiesto di poter ospitare il Social Forum, c’erano obiezioni contro la Turchia. La paura era chela partecipazione dei movimenti curdi venisse compromessa. Ma ci abbiamo lavorato molto. E abbiamo ricevuto rassicurazioni che non vi sarebbero state interferenze dello Stato negli argomenti discussi». Il risultato si vede: accanto alle discussioni sulla crisi economica fioccano seminari fatti apposta per aprire il dibattito (o semplicemente, parlarne agli europei) su temi “tabù” come il genocidio armeno, i diritti religiosi delle comunità alevite, i massacri di Dersim. Argomenti forse “intrattabili”, se non fosse per la cornice “internazionale” che li protegge.
 
Una scelta “ideale”, quella della città turca, anche secondo Gianni Rinaldini, segretario della Fiom impiegato a fianco dei Cobas nei tanti seminari dei sindacati: «L’auspicio è che ripartire da Istanbul possa servire a trovare una direzione politica», commenta. «Il Social Forum ha bisogno di ritrovare forti motivazioni e capacità analitiche di fronte alla crisi economica, mentre il sindacato europeo non sembra in grado di trovare una posizione comune». Una congiuntura in cui la scelta turca è strategica visto che, insieme all’Italia e alla Grecia, è qui che si sono svolti alcuni degli scioperi e delle proteste sindacali di quest’anno. Pochi mesi fa la Turchia (benché lo sciopero generale sia ancora de facto proibito) si è fermata in solidarietà con i quasi undicimila  dipendenti della manifattura Tabacchi; la svendita da parte dello stato li avrebbe resi dipendenti privati, legati a contratti a tempo determinato e scoperti delle molte garanzie riservate a un impiegato.
 
Una questione di diritto del lavoro alla quale «quelli della Tekel» si sono opposti, con un picchetto permanente in mezzo alla neve nella capitale Ankara durato per ben due mesi nonostante gli attacchi della polizia. Ed è da queste esperienze che si vuole ora trarre una conclusione per una strategia comune nei prossimi anni. Formulare un’alternativa all’austerity, alla privatizzazione “un’altra Europa è possibile”, è il tema dominante, subito secondo in preminenza è quello della ricerca di una “ecologia di sinistra”.
 
Ed è appunto questa l’urgenza, con una massiccia preponderanza dei movimenti verdi turchi – dagli anti-nuclearisti ai movimenti delle popolazioni del Mar Nero che lottano contro gli stabilimenti idroelettrici e le nuove autostrade – rispetto agli europei, e con un’agenda fitta di spunti; sovranità alimentare, cambiamenti climatici, “debito verde”. Ma soprattutto acqua: la privatizzazione delle risorse urbane, l’ottimizzazione dell’uso, l’idroegemonia, le dighe. Ancora una volta, la Turchia non è un caso visto che è l’acqua a dettare i rapporti di forza dei paesi mediorientali, l’acqua che scatena i conflitti, e l’acqua a mobilitare i cittadini contro la privatizzazione. 

 

 

La prima pagina del giornale
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Il disastro di Fukushima, gli uragani, lo scioglimento dei ghiacci, l’aumento dei gas serra. E da noi le alluvioni, e ora anche il crollo di Pompei. Il 2011 non sarà ricordato come un anno “verde”.

268 24 December 2011
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