Nigeria, cronaca di un fallimento annunciato

Jean Claude Mbede
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SUDAFRICA. La disfatta della nazionale al Mondiale si traduce nella decisione del presidente Jonathan di sospendere la squadra dalle competizioni internazionali. Ma il calcio in Africa è spesso vittima della politica e dei calciatori più ricchi.

La Nigeria non era il Ghana, ultima speranza a venire meno del calcio africano nel mondiale africano. Tutt’altro: la squadra guidata dallo svedese Lars Lagerback è uscita con un punto e due sconfitte. Peggio ha fatto soltanto il Camerun di Samuel Eto’o, eliminato a zero punti. Un risultato è tutt’altro che onorevole per una selezione che nel palmares vanta tre coppe d’Africa e una medaglia d’oro alle olimpiadi nel 1996. Così il presidente nigeriano Goodluck Jonathan ha scelto di sospendere la squadra «da ogni competizione internazionale allo scopo di ricostruire il calcio nigeriano», come recita testualmente il comunicato delle autorità di Abuja. La decisione, da molti considerata eccessiva se non intollerabile (la Fifa non ammette ingerenze politiche, e già aveva ammonito il governo francese per il caso Domenech) incontra però pareri condivisi da gran parte della popolazione.
 
I sostenitori di questa “punizione” ricordano un caso che vide protagonisti gli ivoriani nel 2000. La selezione della Costa d’Avorio, dove ancora non brillava la stella di Didier Drogba, fu battuta e umiliata in coppa d’Africa dal futuro vincitore Camerun di Patrick Mboma, ex centravanti di Parma. E i giocatori furono costretti a fare un giro in un campo militare per apprendere e poi cantare l’inno nazionale, con annesso e indotto senso dell’onore e amore per la bandiera. Il tutto per ordine del capo della giunta militare dell’epoca, Robert Guei. La generazione attuale di giocatori ivoriani, pur essendo paradossalmente allo stesso tempo la più talentuosa e la più deludente di tutti i tempi del calcio ivoriano (due partecipazioni ai campionati del mondo e altrettante eliminazioni al primo turno, con una sola vittoria e cinque sconfitte) ripartì da quell’episodio del 2000. Ed evidentemente senza grandi risultati. 
 
A Lagos, capitale della Nigeria, c’è anche chi denuncia la misura governativa contro i giocatori, e lancia accuse ben precise. Il vero colpevole del fallimento nigeriano al mondiale è la stessa politica che, secondo quanto riportato dal giornale The Sun, «voleva raccogliere i risultati sportivi dopo aver seminato un pessimo grano». Un’allusione neppure tanto vaga alla disorganizzazione strisciante nel calcio del paese, che come nella maggior parte delle grandi nazioni di calcio in Africa, funziona come nella corte del Roi Peteau. In particolare, l’atteggiamento dei dirigenti nei confronti dei calciatori che emigrano e si fanno ossa e muscoli nei campionati europei; i quali, tornati in patria con la maglia della loro nazionale, approfittano del loro status e del loro denaro per trattare male allenatori e compagni meno fortunati.
 
Mentre il Ghana organizzava la rassegna iridata con una politica giovanile che ha permesso il quasi totale rinnovamento della selezione, altri paesi come il Camerun e la Nigeria erano preda dei senatori, che avevano deciso di disputare il “loro” mondiale nonostante l’età e lo stato di forma del momento (per alcuni pessimo). Il tutto in barba alle federazioni, spesso compiacenti e influenzate dal denaro dei campioni. Roger Milla del Camerun e Stephen Keshi, un tempo capitano della Nigeria, hanno stigmatizzato il comportamento delle “star”; e Jean Paul Akono, ex allenatore dell’under 23 camerunese vincitrice dei giochi olimpici nel 2000, ha duramente criticato la posizione di Samuel Eto’o, affermando che l’elenco dei giocatori camerunesi era già stato preparato da due anni a questa parte dalla stella oggi in forza all’Inter e dai suoi amici. 
 
Atteggiamenti come questo, hanno fatto sì che la speranza di un mondiale africano, non solo nell’organizzazione ma anche nei risultati, venisse totalmente disattesa con esiti quasi fallimentare. Con l’aggiunta di bunoa dose di sfortuna, con il cammino del Ghana fermato dalla traversa colta da Asamoh Gyan. Poteva essere “the time of Africa”. Ma l’Africa ha perso molto prima di iniziare a giocare.  

La prima pagina del giornale
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Il disastro di Fukushima, gli uragani, lo scioglimento dei ghiacci, l’aumento dei gas serra. E da noi le alluvioni, e ora anche il crollo di Pompei. Il 2011 non sarà ricordato come un anno “verde”.

268 24 December 2011
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