Rientrano le salme dei due militari italiani da Herat

Susan Dabbous
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AFGHANISTAN. Mentre si attendono per oggi le spoglie degli artificieri, vittime mercoledì scorso di un’esplosione, l’Italia si interroga sul senso della guerra. Ed Emergency riapre l’ospedale di Lashkar-Gah.

Dovrebbero rientrare oggi Italia le salme di Mauro Gigli e Pierdavide De Cillis, i due militari morti in Afghanistan, mercoledì scorso, nell’esplosione di un ordigno che cercavano di neutralizzare. Intanto, a un giorno dall’accaduto, sono emersi nuovi particolari sulla dinamica dell’esplosione che appare ormai una vera e propria trappola. Alcuni uomini della polizia afgana, due giorni fa, hanno notato una bomba ai margini della strada, subito dopo hanno avvertito il comando italiano, specializzato nelle opere di bonifica con un team di 150 sminatori, che ha subito messo in moto le operazioni per neutralizzare l’ordigno.
 
Così sono partiti 36 di militari a bordo di 8 mezzi blindati. Hanno raggiunto l’area in cui era presente la mina, a 8 chilometri da Herat. I militari si sono schierati a cerchio per proteggere i due artificieri, esperti, impegnati nel disinnesco della bomba. Dopo aver concluso l’operazione, i due sminatori si sono guaradati intorno, controllavano il terreno per accertarsi che non ci fossero altri ordigni nascosti. Dopo, il disastro. Una terribile esplosione li ha investiti uccidendoli sul colpo.  L’episodio ha fatto pensare a una trappola preparata dai talebani. La prima bomba, lasciata in vista, sarebbe quindi servita per attirare gli artificieri, con l’intenzione di colpirli poi con un secondo ordigno camuffato ai margini della carreggiata.
 
L’ennesima tragedia che ha colpito il contingente italiano fa salire a 29 il bilancio delle vittime dal 2004. Gli uomini della Brigata alpina Taurinense sono ancora sotto shock. Così come le famiglie dei due militari, entrambi sposati con figli. Ieri il ministro della difesa Ignazio La Russa ha dovuto riferire in Parlamento. «I prossimi mesi si prospettano particolarmente difficili», ha detto. L’estate, nel montuoso Afghanistan, è la stagione ideale per colpire, da entrambe le parti. La guerra quindi prosegue, nonostante gli scandali e i fallimenti della missione Nato nel Paese di Hamid Karzai. Anche per questo Emergency sente che il suo lavoro lì non è ancora finito. Ieri l’ospedale di Lashkar-Gah, nell’Helmand, ha finalmente riaperto i battenti dopo tre lunghi mesi di chiusura, seguita all’arresto e poi il rilascio dei tre operatori Marco Garatti, Matteo dell’Aira e Matteo Pagani. Una chiusura apparsa ingiustificata agli occhi dei degenti e delle donne che fanno centinaia di chilometri per andare a partorire nella struttura medica italiana.
 
Non morire di parto in Afghanistan è un lusso, si tratta infatti del primo paese al mondo per decessi legati alla maternità. Ed è proprio a loro, «alle 250 donne che ogni mese venivano a partorire», che è andato il pensiero di Matteo Garatti, il chirurgo protagonista della disavventura di aprile. Gratti nei prossimi giorni diventerà papà. Una ragione in più per tornare in Afghanistan a salvare vite e denunciare i cirmini di guerra. C’era bisogno dei 92mila dossier pubblicati da Wikileaks, il sito che ha pubblicato le informazioni riservate del Pentagono, «per dire ciò che Emergency denuncia da tempo?».
 
È stato provocatorio Gino Strada che dall’Afghanistan è intervenuto telefonicamente alla conferenza stampa della Ong a Milano, indetta ieri per dare la buona notizia della riapertura della struttura medica. «Quei documenti ci danno ragione, sono state insabbiate le stragi di centinaia di civili», ha tuonato il fondatore della Ong. Sulle rivelazioni del sito, poi, Cecilia Strada, presidente della Ong ha aggiunto: «Ciò che passa in sordina dei dossier sull’Afghanistan pubblicati da Wikileaks è che molti ordigni esplosivi ‘’sono ricavati usando mine anticarro di produzione italiana e che, in almeno un caso documentato, essi hanno ferito un militare italiano’’.
 
È una grottesca ironia che dei ragazzi italiani finiscano feriti dalle nostre stesse mine». I due militari italiani rimasti uccisi mercoledì erano prorio specializzati del disinnesco di questi micidiali esplosivi.  

La prima pagina del giornale
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Il disastro di Fukushima, gli uragani, lo scioglimento dei ghiacci, l’aumento dei gas serra. E da noi le alluvioni, e ora anche il crollo di Pompei. Il 2011 non sarà ricordato come un anno “verde”.

268 24 December 2011
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