Roma, è rivolta per i parcheggi
INCHIESTA. I comitati denunciano l’assenza di sicurezza e la mancata prevenzione del rischio nella realizzazione degli interventi.
«Non vogliamo fare la fine degli aquilani!». Questo è il timore dei cittadini di Roma che risiedono nei quartieri bersaglio del Piano urbano parcheggi. Di quelli a cui costruiscono, senza averli interpellati, box sotterranei a pochi metri di distanza dalla casa. E che temono per la stabilità degli edifici. Che Roma sia una groviera non è un segreto. E sapere che il controllore corrisponde al controllato, inoltre, non aiuta. A produrre le certificazioni necessarie alla realizzazione degli interventi sono, infatti, gli stessi costruttori a cui, secondo la convenzione stipulata con il Comune, spetta anche la scelta stessa del sito. Ma facciamo un passo indietro per capire dove inizia questa storia.
Il 4 agosto 2006 il presidente del Consiglio dei ministri decreta «lo stato di emergenza per la situazione determinatasi nel settore del traffico e della mobilità nella città di Roma» e con l’ordinanza n.3543, del 26 settembre 2006, conferisce al sindaco poteri commissariali e sollecita «provvedimenti straordinari e urgenti» per affrontarla con iter burocratici agevolati: «termini ridotti alla meta» e «pareri che devono essere espressi entro 15 giorni, trascorsi i quali il parere si intende favorevolmente acquisito». Il Comune, prima la giunta Veltroni poi quella Alemanno, risponde dunque con il Pup, Piano urbano parcheggi, per rimettere ordine all’interno di una città preda della sosta selvaggia e indiscriminata.
L’amministrazione dispone 267 interventi per 66.800 nuovi posti auto, di cui oltre 48mila ricavati dall’edificazione di parcheggi su suolo pubblico e privato, e circa 18mila tra «nodi di attestamento» metropolitano e urbano. Le ruspe si mettono al lavoro e scoppia la polemica. «Gli obiettivi originari sono stati tralasciati a favore di una strategia che sembra promuovere quasi esclusivamente gli interventi che producono profitto per gli investitori privati - denunciano i comitati cittadini nati nei quartieri interessati dagli interventi -. Il problema del traffico non può essere risolto costruendo ovunque parcheggi sotterranei». Box auto, per la precisione, venduti mediamente al prezzo di 90mila euro. Quasi il costo di un appartamento nell’estrema periferia. E a utilizzarli non sono certo i tanti pendolari che ogni giorno entrano ed escono dalla città. L’ordinanza sindacale prevede infatti che per la maggior parte i posti auto vengano destinati a chi vive nella zona.
I residenti però, non li vogliono. Perché costano troppo e preferiscono continuare a parcheggiare sotto le stelle. Perché i box vengono costruiti anche a scapito di piazze, parchi pubblici e giardini, dequalificando l’abitato con rampe e grate. Ma soprattutto perché vengono realizzati a pochi metri di distanza dai palazzi, mettendo a repentaglio la stabilità degli edifici. È già capitato, a via Andrea Doria, dove in seguito allo scavo del parcheggio sotterraneo un palazzo è stato sgomberato e un altro è stato dichiarato parzialmente inagibile. Puntelli e contrafforti però si trovano anche a via Santamaura, con le lesioni alle pareti visibili dall’esterno.
«La costruzione di un parcheggio comporta un effetto “diga” che modifica gli equilibri geologici esistenti». La relazione elaborata da Giuseppe Gisotti, presidente della Sigea, Società italiana di geologia ambientale, non lascia spazio a dubbi: «L’innalzamento o l’abbassamento della falda può provocare cedimenti differenziali e possibili lesioni nei fabbricati sovrastanti, allagamento di scantinati e in genere di ambienti interrati e seminterrati, progettati e costruiti senza prevedere di essere un giorno immersi nella falda acquifera». E le previsioni appaiono verificate nei fatti. «Nei parcheggi dell’area romana e nei relativi studi di impatto ambientale, la problematica in esame non è stata presa in considerazione in modo esaustivo ed efficace» conclude Gisotti. «Lo dimostrano i frequenti danni al patrimonio edilizio e ambientale derivanti dalla costruzione di tali opere».
Nonostante tutto i cantieri continuano a funzionare e i lavori vanno avanti. Nessuno controllo, e in alcuni casi le raccomandazioni della Commissione alta vigilanza vengono ignorate. Inoltre, malgrado le denunce dei cittadini, il Comune se ne lava le mani. Secondo lo schema di convenzione, infatti, la responsabilità degli studi preliminari ricade unicamente sul concessionario: dunque chi deve garantire la fattibilità in sicurezza del parcheggio è lo stesso soggetto che chiede alla municipalità il permesso di costruirlo. Ossia la «società proponente», termine che sta a indicare che nella maggior parte dei casi la realizzazione dei parcheggi avviene su proposta di un privato a cui i lavori vengono affidati senza alcuna gara d’appalto.
Spetta all’impresa edile produrre perizie e commissionare studi geologici e idrogeologici, certificare e autocertificare l’assenza di rischio. Il Comune non interviene, delega e declina ogni responsabilità. E se qualcosa va storto, saranno le ditte implicate a rispondere. Peccato che spesso si tratti di società con un capitale societario ridotto alle spalle e con un massimale assicurativo mai congruo rispetto al valore dei beni assicurati. Ma non è detto che qualcosa debba succedere. In caso contrario si vedrà. Intanto i cittadini continuano a lamentare l’assenza di sicurezza e a denunciare la mancata prevenzione del rischio.
Relativamente agli interventi in fase di istruttoria iniziale e per i nuovi inserimenti, i comitati chiedono di disporre una moratoria con la sospensione dell’attuale Piano urbano parcheggi e una riconsiderazione delle procedure e delle normative attraverso l’esperienza accumulata e soprattutto attraverso il confronto con i cittadini e i Municipi, esclusi di fatto da ogni decisione riguardante gli interventi. «I pup - dicono - fanno parte di uno scenario, la mobilità, di vitale importanza per il futuro e per la qualità della vita dei cittadini romani. Motivo per cui è necessario avviare un’attenta analisi della situazione e fare un primo bilancio basato sul criterio della pubblica utilità».
Il disastro di Fukushima, gli uragani, lo scioglimento dei ghiacci, l’aumento dei gas serra. E da noi le alluvioni, e ora anche il crollo di Pompei. Il 2011 non sarà ricordato come un anno “verde”.







