Sfrattati dal deserto. Tel Aviv inizia la caccia al beduino
Prima è stata la volta di Farasiya. Le autorità israeliane sono arrivate coi bulldozer un lunedì mattina di fine luglio. Di tutto quello che i circa 120 abitanti di Farasiya, quasi tutti coltivatori o allevatori, avevano messo insieme, I bulldozer israeliani non hanno lasciato che una pista polverosa di materassi, pezzi di staccionate, cocci di water e vasche da bagno, piatti in frantumi, lanicci di pecora e pezzi di arredamento. Ai palestinesi di Farasiya erano state concesse 24 ore di preavviso per disfarsi delle greggi e delle mucche come meglio potevano, ma infondo c’era poco di cui sorprendersi visto che la demolizione era del resto nell’aria da tempo: già dieci mesi fa, senza andare tanto per il sottile, l’amministrazione israeliana dei Territori palestinesi occupati aveva fatto distruggere le tubature che portavano a Farasiya l’acqua, proibendo agli abitanti di abbeverarsi, in alternativa, ai pozzi delle colonie circostanti.
Era chiaro che i bulldozer sarebbero stati il passo successivo. Poi è stata la volta di Al Arakib, nel deserto del Negev; i bulldozer sono arrivati presto la mattina, cinque in tutto, e si sono messi a buttar giù pezzo per pezzo ogni singolo possedimento di quei 300 beduini che, «illegalmente», avevano tirato su una trentina di baracche di lamiera. Da lontano, al riparo dal sole del Negev, le famiglie sono rimaste a guardare mentre i cingolati macinavano rapidamente i loro tetti improvvisati, le carrette, i giacigli e persino il bestiame. Vicino alla polizia, un centinaio di attivisti aveva tentato inutilmente di intervenire, ma senza sortire alcun risultato: l’ordine di demolizione di al Arakib attendeva da undici anni di essere messo in atto.
E dopo al Arakib, a quanto pare, ce ne saranno altri 44, di villaggi da demolire. Insomma è solo l’inizio della stagione dei bulldozer, per Israele. Ci sono almeno altri 80mila cosiddetti “beduini”, nel Negev, che aspettano il proprio turno di demolizione, e non ci possono fare niente Secondo un recente studio dell’ Arab Centre For Law and Policy, il cavillo legale sta tutto nella difficoltà, da parte delle comunità di cittadini arabi israeliani, che la loro città o il loro villaggio venga riconosciuto da parte del governo. Senza riconoscimento, un luogo non esiste. Gli allacci elettrici non vengono permessi, i pozzi d’acqua non vengono autorizzati, e interi villaggi vivono in una sorta di campeggio provvisorio e illegale dal 1948.
A Gerusalemme non va meglio, né in città rimaste per metà arabe come Jaffa o Haifa: si costruisce e si abita illegalmente perché non c’è altra scelta. Se al nord, in Cisgiordania, lo Stato si dichiara incapace di impedire a un colono di costruirsi un’intera cittadella fortificata fra Ramallah e Nablus, per gli arabi le cose non vanno assolutamente così e qualsiasi costruzione, dall’alzarsi di un piano la casa, al piantare una tenda nella valle del Giordano (una zona teoricamente sotto controllo palestinese), si scontra col divieto assoluto dell’amministrazione israeliana. Un divieto che si estende a tutti quei soggetti che, di fatto, pur non essendo ebrei hanno vinto un passaporto blu che li rende cittadini a metà nella Terra di Latte e Miele, quella dei loro antentati.
Gli arabi li chiamano “Palestinesi del ‘48”, mentre gli israeliani – con l’aiuto di anni di ricerche sul campo da parte di antropologi e sociologi – sono riusciti a dividerli in sotto-categorie del tutto nuove e diversificate fra loro in termini di diritti e doveri di cittadinanza: ci sono i palestinesi di religione musulmana e cristiana, che vengono definiti genericamente “arabi israeliani”, e che non hanno diritto al servizio militare. Ci sono i palestinesi di religione drusa, che vengono definiti a parte ed arruolati a forza nell’esercito; e poi ci sono quelli che vagano nel deserto del Negev, e che le autorità chiamano semplicemente “beduini”.
Molti di loro, però, legalmente non esistono. Sono i figli dei figli di coloro che, scacciati dalle proprie case, continuarono a vagare nel nuovo Stato sorto dal Giordano al Mediterraneo, senza mai potersi insediare da alcuna parte, e senza vedersi riconoscere alcun documento, condannati all’invisibilità. Fino al giorno in cui la stagione dei bulldozer arriverà a radere al suolo anche quel poco di dignità che gli era rimasta.







