Sull’onda della marea nera si corre per le presidenziali

Emanuele Bompan

STATI UNITI. È battaglia tra Obama e il governatore della Louisiana Jindall. Chi fermerà la fuoriuscita di petrolio, che avanza al ritmo di 40 barili al giorno, merita bene lo Studio ovale. Lo rivela a Terra una fonte attendibile.

«Sicuramente c’è gran confusione e poca organizzazione. Ma soprattutto c’è forte antagonismo tra Obama e il governatore repubblicano della Louisiana Bobby Jindal» . A parlare a Terra è B.M., una fonte attendibile che non vuole rivelare il suo nome per ragioni di sicurezza, ma la cui carica consente di essere ben a conoscenza dello scontro che si sta consumando tra Washington e Baton Rouge, capitale e quartiere generale del governatorato della Louisiana. «Jindall è uno dei candidati alla presidenza, deve mostrare di avere soluzioni e si deve opporre come può a ogni iniziativa di Obama per guadagnare voti e visibilità», spiega ancora la fonte. La ragione del contenzioso è una barriera di sabbia e pietrisco per difendere la zona della Barataria Bay, un grande estuario nella Louisiana sudorientale, una delle zone più pescose del Paese.
 
A maggio le autorità locali avevano progettato un sistema di barriere rocciose lungo le zone d’infiltrazione delle correnti marine per fermare la penetrazione della marea nera. Bobby Jindall fece subito sua questa idea e convinse Bp a finanziare il progetto. Nel mentre il governatore attaccava Obama per la sua passività nelle operazioni e per aver proposto poche soluzioni concrete, specie sulla terra ferma. A metà giugno oltre 100mila tonnellate di pietrisco vengono imbarcate su delle chiatte lungo il Mississippi per essere portate sulla costa. Ma nei giorni scorsi il Corpo del Genio militare Usa, su ordine di Obama, ha fermato il progetto e le 74 chiatte che rimangono parcheggiate.
 
Secondo varie associazioni ambientaliste il progetto di Jindall è deleterio per gli habitat delicati degli estuari, vista l’invasività delle dighe e la necessità di movimentare terreno. «I due avversari fanno muro contro muro», ma è chiaro che Jindall non vuole concedere nulla. Mercoledì scorso il governatore ha dichiarato scocciato «No, non è un piano. O fanno i leader o si levino dalle scatole», riferendosi alla Casa Bianca. Questo ostracismo è in problema non da poco visto che la situazione nel Golfo del Messico sta diventando imbarazzante sulla terra ferma. «è chiaro che Jindall è assetato di media e di visibilità», conclude B.M. Una strategia non nuova alla politica americana visto che Herbert Hoover, il trentunesimo presidente degli Stati Uniti, ottenne la presidenza grazie al suo ruolo di coordinamento nella gestione delle operazioni di salvataggio durante la grande inondazione del Mississippi.
 
«Qua in Louisiana regna il caos nelle operazioni, troppe cose non funzionano», racconta ancora B.M. Persino con i volontari ci sono problemi. «Ci sono 40mila domande e è stato impiegato solo qualche migliaio di persone. È una situazione incerta che cambia ogni giorno. Esattamente come la configurazione della marea nera, che si muove in continuazione. Mentre il governo britannico prepara un piano finanziario di emergenza nel caso di fallimento della Bp, il suo portavoce dichiara - ed è la 5 volta - di essere vicino alla chiusura della falla. Secondo il Wall Street Journal l’operazione potrebbe essere completata entro il 27 luglio. Intanto però la terza barca, la Helix Producer, che dovrebbe contenere ulteriormente la fuoriuscita di petrolio dal pozzo della Deepwater Horizon è ancora in attesa di veder sostituita la cupola di contenimento posizionata sulla falla dell’impianto.
 
Infine la guerra tra democratici e repubblicani sul destino delle perforazioni offshore continua anche nelle aule della Corte di appello di New Orleans che ha rifiutato di sospendere la revoca della moratoria sulle trivellazioni petrolifere in acque profonde. Ma l’amministrazione Obama non ci sta e si prepara a imporre un altro stop. Al momento le autorità non hanno offerto dettagli circa le possibilità di successo della nuova moratoria.  

La prima pagina del giornale
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Il disastro di Fukushima, gli uragani, lo scioglimento dei ghiacci, l’aumento dei gas serra. E da noi le alluvioni, e ora anche il crollo di Pompei. Il 2011 non sarà ricordato come un anno “verde”.

268 24 December 2011
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