Tartassati e mazziati

Manuele Bonaccorsi
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TERREMOTO. La protesta degli aquilani contro la manovra del governo invade Roma. In circa 5.000 lanciano un “S.o.s. L’Aquila” e chiedono sospensione delle tasse, occupazione e sostegno all’economia.

Nell’atrio di una banca, in via del Corso, a Roma, un giovane con una canottiera arancione mostra ai suoi concittadini due vistosi tagli sulla testa. Scattano fotografie: tutto va documentato. Gli aquilani ne hanno fatta d’esperienza: sono passati dal set televisivo dei primi mesi - stuoli di telecamere, passerelle, abbracci commossi, benedizioni e nastri tricolore tagliati -  al buco nero dell’informazione modello Minzolini, che li ha cancellati dai tg che contano. Scattano foto alle ferite di un ragazzo terremotato, procurate da un manganello della Guardia di Finanza. «Non ci vado in ospedale, torno lì», dice a chi gli propone di farsi curare dai medici del pronto soccorso. E indica la piazza che ribolle, sotto il sole di mezzogiorno.
 
Poi il giovane con la canotta arancione mette in testa una maglietta bianca, e si ributta nella mischia. «Ecco, lo vedete il sangue di un aquilano», grida alzando lo straccio chiazzato di rosso. Le bandiere nere e verdi, i colori simbolo della città colpita dal sisma del 6 aprile 2009, si aprono per lasciarlo passare. Parte un coro, ritmato: «Vergogna». In prima fila, carabinieri e finanzieri, fino a ieri impiegati a protestare contro una finanziaria che li «pugnala alle spalle» - lo dice un cartello del sindacato di polizia che fa capolino tra gli striscioni dei terremotati -. guardano in basso, immobili nelle loro tenute antisommossa.
 
L’ultimo tabù è caduto. Dopo aver ricevuto ogni promessa, e averle viste tutte svanire nel breve intervallo di 15 mesi, il governo accoglie i 5mila aquilani venuti a Roma per chiedere un futuro per la propria città, manganelli alla mano. Bloccando con defender e camionette un centro storico che ribolle di protesta: lavoratori, disabili, sfollati, cingono d’assedio Palazzo Chigi e Palazzo Montecitorio.  Dove nei prossimi giorni inizierà la discussione della manovra tagliatutto del ministro Tremonti.
 
Sono quasi 50 i pullman giunti da L’Aquila. Partiti la mattina alle otto, sono arrivati a piazza Venezia intorno alle 10. Con loro, il sindaco Massimo Cialente e tanti primi cittadini dei comuni del cratere, coi loro gonfaloni. Centri sociali, sindacalisti, associazioni cattoliche, rappresentanti delle imprese. Moltissimi giovani, bambini, famiglie. «Un corteo di popolo, solo un po’ più piccolo di quello che il 16 giugno aveva portato 20mila cittadini bloccare l’autostrada Roma - L’Aquila». Sos ricostruzione è lo slogan della manifestazione. «Non privilegi, ma equità e diritti», dicono gli striscioni.
 
Gli aquilani chiedono una tassa di scopo per finanziare la ricostruzione, ferma per mancanza di risorse. Un rinvio del pagamento delle tasse sospese dopo il sisma, come accaduto, per ben 12 anni, dopo il terremoto dell’Umbria del 1996 (nei prossimi 5 anni, per imborsare gli arretrati, gli sfollati dovranno pagare ben 250milioni di euro in più rispetto a prima del sisma). Chiedono, infine, un sostegno per l’economia del territorio, strozzata dalla chiusure di imprese e negozi (su 70mila abitanti l’Aquila ha perso 5.600 posti di lavoro solo nel 2009, ha 7.000 cassintegrati e duemila spazi commerciali e studi professionali ancora chiusi).
 
Dice un cartello: «L’Aquila è un malato grave, e gli tolgono l’ossigeno». Ma il corteo che si muove nel centro storico militarizzato è vivo, eccome. Corre, urla, si sbraccia, si fa spazio tra turisti boccheggianti per il caldo e tassisti innervositi dal traffico in tilt della capitale. Raggiunge, intorno alla 13, piazza Colonna, dopo aver lasciato sul campo 4 feriti. Tutti aquilani, ovviamente, dato che l’unica arma che i terremotati portano solo le loro magliette: «Forti e gentili sì, fessi no». Sotto i palazzi, arrivano i politici. Accolti male, malissimo.
 
Il segretario del Pd Pierluigi Bersani riesce con molta difficoltà a farsi largo tra fischi e spintoni. Riesce a strappare qualche applauso, quando dice che «L’Aquila è la priorità numero uno». Ma gli sfollati non dimenticano che il Pd, poco meno di un anno fa, si era astenuto sul decreto Abruzzo, il testo base sulla (non) ricostruzione.
 
Nel pomeriggio, mentre il sindaco Cialente prova a incontrare esponenti del governo (trova al telefono Letta, ma Tremonti è irraggiungibile) il corteo si muove verso Palazzo Grazioli, sede privata del presidente del Consiglio, e poi a Piazza Navona. Questa volta la polizia lascia passare senza intralci le migliaia di sfollati. Prima illusi, poi abbandonati. E infine manganellati.  

La prima pagina del giornale
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Il disastro di Fukushima, gli uragani, lo scioglimento dei ghiacci, l’aumento dei gas serra. E da noi le alluvioni, e ora anche il crollo di Pompei. Il 2011 non sarà ricordato come un anno “verde”.

268 24 December 2011
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