Attacco allo Stato
MAFIE. Una bomba esplode davanti casa del procuratore di Reggio Calabria Di Landro mentre a Palermo ignoti si introducono nella villa di un giudice a caccia di documenti. «Obiettivi precisi», denunciano le toghe.
Gli episodi di intimidazione a magistrati e forze dell’ordine continuano senza sosta. Dopo le minacce agli agenti della squadra Catturandi di Palermo, ieri alle due di notte è esplosa una bomba davanti al portone di casa del procuratore generale di Reggio Calabria, Salvatore Di Landro. La forte esplosione ha frantumato i vetri del portone e delle finestre dell’abitazione del magistrato, che era in casa, per fortuna senza ferire nessuno.
Dentro l’ordigno c’era tritolo, l’esplosivo prediletto dalla ’ndrangheta. Il procuratore è da tempo nel mirino delle cosche calabresi. Il 3 gennaio scorso davanti alla Procura di Reggio venne fatto esplodere un altro ordigno, mentre qualche mese fa a Di Landro svitarono i bulloni delle ruote della sua auto parcheggiata nel palazzo di Giustizia. Sempre ieri è trapelato anche un altro episodio preoccupante, avvenuto ai primi di agosto. Nella villa di Palermo del giudice per le indagini preliminari Marina Petruzzella, in pieno giorno, si sono introdotti degli sconosciuti che non hanno rubato oggetti di valore perché erano interessati alle borse di lavoro del magistrato.
Difficile sapere se gli ignoti abbiano trovato documenti importanti sui processi tenuti dalla Petruzzella, come quello “Golem 1” contro i fiancheggiatori del boss latitante Matteo Messina Denaro. Già a febbraio nella casa del giudice era avvenuta un’altra strana incursione, avevano poi sabotato la motocicletta del marito e rubato l’auto del magistrato, parcheggiata sotto casa. Quella notte, davanti alla villa, erano stati inoltre esplosi alcuni colpi di pistola.
All’origine dei fatti di Reggio Calabria, secondo lo stesso Di Landro, ci sarebbe la «severità» mostrata «nei confronti della criminalità organizzata, perché i patteggiamenti sono saltati». L’aria per coloro che stanno in prima fila nel combattere le mafie è diventata pesante. «C’è un clima di tensione che risale alla bomba del 3 gennaio che non è scesa, anzi si è sempre di più accentuata e focalizzata nei miei confronti - continua Di Landro - perché evidentemente avrò fatto qualcosa alla criminalità che si è fatta sentire, diventando intollerabile». Una personalizzazione dello scontro che per il procuratore generale di Reggio Calabria «deve avere un suo significato».
Sarà forse l’arrivo in Appello di molti processi che potrebbero confermare tante condanne per i boss dell’organizzazione. Tanto che l’ex vice procuratore nazionale antimafia, Vincenzo Macrì, oggi alla corte d’Appello di Ancona, ci tiene a sottolineare che queste intimidazioni sono «rivolte alla procura generale di Reggio Calabria e non all’antimafia, quindi non si tratta di un attacco generico alle istituzioni». Inoltre Macrì non crede che «la criminalità è una bestia ferita in difficoltà», come ha sostenuto ieri il ministro della Giustizia Angelino Alfano, perché «dire che le mafie sono allo sbando è eccessivo dato che sono del tutto operative e continuano a fare affari con pezzi del potere politico, imprenditoriale e istituzionale». Inoltre per l’attuale procuratore della corte d’Appello di Ancona «i continui attacchi rivolti dalla politica ai magistrati creano un clima favorevole e un incoraggiamento generale alla criminalità organizzata che ora si sente autorizzata a fare la voce grossa», denuncia Macrì.
Il procuratore nazionale antimafia Pietro Grasso, inquadra invece questi episodi «in un clima generalizzato di intimidazione ai magistrati calabresi che negli ultimi mesi hanno ottenuto grandi successi contro la ’ndrangheta». Da ricordare le operazioni “Meta” e “Crimine” che in collaborazione con l’antimafia di Milano hanno portato dietro le sbarre nel luglio scorso oltre 300 presunti ’ndranghetisti. Per Grasso «è in atto un tentativo della criminalità di bloccare un’azione concreta e repressiva dello Stato e della magistratura che ha fatto saltare certi equilibri». Il procuratore nazionale antimafia non ha dubbi: «È in corso un piano di intimidazione generale e allargata che richiede la massima attenzione».
Di «forte tensione», parla anche il procuratore della Repubblica di Reggio Calabria, Giuseppe Pignatone, secondo il quale il segnale è chiaro visto che le intimidazioni sono rivolte a Di Landro che nel giudicare «ha adottato una linea di rigore, correttezza e trasparenza». Inoltre Pignatone ci tiene a precisare che le ultime operazioni hanno confermato «la pericolosità della ’ndrangheta, la sua capacità di infiltrazione nella società civile e nelle istituzioni, rivelando anche la sua struttura unitaria». Il pubblico ministero antimafia Roberto Scarpinato, da Palermo aggiunge: «Non mi sono ancora fatto un’idea e per capire il clima nel quale stanno avvenendo questi episodi bisogna riflettere e acquisire prima tutti gli elementi».
Il disastro di Fukushima, gli uragani, lo scioglimento dei ghiacci, l’aumento dei gas serra. E da noi le alluvioni, e ora anche il crollo di Pompei. Il 2011 non sarà ricordato come un anno “verde”.







