Attentato a Baghdad, vittime giovani pronte ad arruolarsi

Annalena Di Giovanni
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IRAQ. Un uomo si fa saltare in aria vicino alle aspiranti nuove leve dell’esercito iracheno: 60 i morti e quasi 200 i feriti. Intanto l’esecutivo cerca di far fronte al ritiro dei soldati Usa incrementando le forze armate.

Facevano la fila in centinaia per arruolarsi nell’esercito quando, ieri, un attentatore suicida ha messo fine alla mattinata di iscrizioni, esplodendo proprio di fianco all’ufficio di reclutamento di Baghdad. Sono rimasti uccisi 60 uomini, ma il bilancio è destinato a salire nei prossimi giorni visto che i feriti gravi ammontano ad almeno 129 vittime. Nella triste classifica  dell’Iraq del dopoguerra, quello di ieri resterà uno dei peggiori attentati degli ultimi anni.
 
Una strage avvenuta proprio all’indomani del fallimento di ogni trattativa per il nuovo governo da insediare a Baghdad. A meno che dal premier uscente Nuri al Maliki non arrivino delle formali scuse al suo rivale, Iyyad Allawi, il dialogo infatti resta interrotto. L’empasse è cominciata quando, a marzo, nessuna delle coalizioni presentatesi alle urne ha ottenuto il quorum necessario alla formazione di un governo. La maggioranza dei voti, 91 seggi in un Parlamento di 325 membri, l’aveva ottenuta la compagine messa insieme da Allawi su base laica, “Iraqiyya”.

 

Una formazione che comprendeva sia sciiti (Iyyad Allawi stesso è di origine sciita) ma che, al contrario degli altri partiti, aveva dato un più ampio spazio ai candidati di origine sunnita proprio per superare quell’impostazione settaria assunta dall’Iraq del dopo-Saddam. Con l’invasione militare americana e i primi governi formatisi sotto controllo alleato, il mosaico della società irachena si era spezzato in diverse etnie dotate di milizie autonome e un governo sostanzialmente solo sciita, mentre Allawi prometteva di ricomporre le divisioni dando spazio politico anche a sunniti, cristiani e curdi indipendenti. In mancanza di un quorum, tuttavia, l’unica chance per Allawi e il suo Iraqiyya si è rivelata essere un matrimonio forzato con la seconda coalizione in classifica, forte dei 89 seggi vinti, la “State of Law” messa insieme del premier uscente Nouri al Maliki e di fatto esclusivamente sciita.
 
Un’impresa rivelatasi a quanto pare impossibile e andata in fumo quando, lunedì scorso, Nouri al Maliki ha definito la colazione Iraqiyya un «partito sunnita». Secondo le rimostranze di Maysoon al Damlooji, portavoce di Allawi, «il dialogo potrà riprendere soltanto nel caso che il signor Maliki chieda scusa per i suoi commenti, perché noi di Iraqiyya ci rifiutiamo di portare avanti il negoziato in base a una concezione della politica puramente settaria». Ed è così che, a cinque mesi dalle elezioni del 7 marzo, non ci sarà nessun governo in grado di prendere in mano le redini di un Paese che è rapidamente tornato in balia di attentatori, di regolamenti di conti fra milizie, clan ribelli e gruppi terroristi di ogni genere e bandiera. I morti di ieri si arruolavano dopo che l’esercito iracheno aveva chiamato all’iscrizione centinaia di uomini, in previsione di quel vuoto che si verrà a creare quando il prossimo 31 agosto le truppe americane si ridurranno a 50mila elementi, lasciando sul campo soltanto i contractor dei corpi di sicurezza privati (per la maggior parte compagni statunitensi).
 
Dallo scandalo blackwater in poi, i mercenari si sono distinti per la crudezza e la totale assenza di controllo, e si stanno già varando nuovi concorsi per unità aggiuntive da piazzare intorno ai giacimenti petroliferi iracheni presi in affitto dalle grandi multinazionali degli idrocarburi. Ma se i marines se ne vanno, i contractor sembrano davvero essere l’unica alternativa sul campo perché, secondo quanto recentemente dichiarato dal capo dell’esercito iracheno, il generale  Babaker Zerbari, le sue truppe non sono ancora pronte a prendere il posto dei soldati di Washington e non lo saranno prima del 2020. Da settembre, quindi, gli attentati come quello di ieri potrebbero moltiplicarsi in un Paese fuori controllo e senza governo, a meno che qualche accordo non venga raggiunto al più presto. Ma nella corsa contro il tempo, nessuno in Iraq sembra avere fretta.   

 

 

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Il disastro di Fukushima, gli uragani, lo scioglimento dei ghiacci, l’aumento dei gas serra. E da noi le alluvioni, e ora anche il crollo di Pompei. Il 2011 non sarà ricordato come un anno “verde”.

268 24 December 2011
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