Brasile, la campagna per le presidenziali si tinge di verde

Giuseppe Bizzarri da Rio de Janeiro
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AMERICA LATINA. A colloquio con Marina Silva, candidata del Partido verde alle prossime elezioni. «L’educazione è il punto principale per dare continuità a uno sviluppo che coinvolga l’intera popolazione».

Non sarà l’ex ministra dell’Ambiente Marina Silva a succedere ad Inàcio Lula da Silva, il presidente più amato della storia del Brasile, ma per la candidata del “Partido Verde” le presidenziali del prossimo tre ottobre potrebbero essere l’inizio di un nuovo percorso politico che ha iniziato a manifestarsi già d’alcuni anni in alcuni Stati della confederazione brasiliana. Nuove alleanze politiche che potrebbero finalmente scardinare equilibri nati 25 anni fa, quando i militari riconsegnarono il potere nelle mani della giovane democrazia  “brasileira”. 
 
«Abbiamo sempre detto che il Pt (Partido dos trabalhadores) e il Psdb (Partido da social democràtico brasileiro) sono partiti importanti», dichiara Marina Silva a Terra durante  un’intervista collettiva tenuta con i giornalisti della Stampa estera di Rio de Janeiro.
 

«Tuttavia è necessario che queste forze compiano un riallineamento storico nell’ambito della socialdemocrazia. Ognuno di questi partiti, quando vince, vuole governare da solo. In questo modo però finisce per rimanere ostaggio di uno dei più arretrati partiti tradizionalisti del Paese, il Pmdb (Partido do movimento democratico brasileiro). Se invece questi due partiti si accordassero per favorire la governabilità del Paese, sicuramente si delineerebbe un nuovo momento politico positivo per il Brasile. Vogliamo governare con questi due partiti portando avanti una politica programmatica, per costruire, sotto ogni punto di vista, un nuovo Paese».
 
Non ci sono dubbi che il Pmdb sia riuscito a monopolizzare per molti anni la scena della politica brasiliana,  rimanendo ininterrottamente al potere con qualsiasi tipo di governo democratico succeduto a quelli dei generali; ed riuscito a farlo grazie una leadership regionale compatta. Sono stati i peemedisti nelle due legislature del governo Lula ad amministrare la maggioranza dei ministeri, eccetto la presidenza del Banco central, che negli otto anni di governo petista è rimasta sempre nelle mani del Psdb e del deputato Henrique Meirelles, l’ex presidente mondiale del BankBoston, nominato da Lula nel 2003 a Washington, dove l’ex sindacalista, subito dopo avere vinto il secondo turno elettorale, si recò per incontrare il presidente Gorge W. Bush.
 
«Siamo all’inizio, ma è un buon inizio», afferma Marina Silva «abbiamo la preferenza del dieci per cento dell’elettorato, questo significa che 14-15 milioni di brasiliani credono in questa nuova proposta di Stato». Marina Silva seppure non diventerà la prima donna a essere eletta presidente del Brasile, potrà offrire il peso politico di 15 milioni d’elettori che potrebbero diventare l’asso nella manica di José Serra, il candidato alla presidenza del Psdb, il quale sicuramente riceverà l’appoggio politico di Silva e del Partido Verde. Questi infatti saranno suoi alleati nel caso in cui dovesse disputarsi un ipotetico secondo turno elettorale tra Serra e Dilma Rousseff, la candidata preferita del petista Lula, ma anche dei peemedisti, i quali hanno tuttavia imposto alla vicepresidenza la candidatura del deputato Michel Temer, il presidente della Camera dei deputati del Brasile, ma anche presidente nazionale del Pmdb.
 
Lula avrebbe voluto alla vicepresidenza Henrique Meirelles, ma è stato proprio Temer a bocciare la proposta del presidente brasiliano. Secondo un detto molto usato nella politica brasiliana, Marina Silva potrebbe essere dunque utilizzata come un boe de piranha, il bue sacrificato ai voraci pesci tropicali per permettere a una mandria di guadare illesa un fiume. La candidatura dell’ex raccoglitrice di caucciù potrebbe infatti essere usata per frantumare l’elettorato brasiliano e consentire in questo modo al secondo turno l’elezione di un altro candidato. Marina Silva però raccoglie sempre più adepti per il suo progetto di un’economia che rispetti non solo l’ambiente ma anche la cultura multietnica brasiliana e possa diminuire il gap sociale tra ricchi e poveri.
 
La nuova classe media emergente brasiliana è il simbolo della politica economica del governo Lula, ma come sostiene la recente relazione sullo sviluppo umano per l’America Latina e il Caribe divulgata dal Programma delle Nazioni unite per lo sviluppo, il Brasile continua a essere il terzo Paese con la peggiore disuguaglianza sociale del pianeta.
 
«L’educazione è il punto principale per dare continuità a uno sviluppo che coinvolga l’intero popolo brasiliano. Abbiamo una carenza di mano d’opera qualificata persino nell’ambito dell’edilizia, ossia dei semplici muratori. Sono favorevole alla quota destinata ai discendenti degli africani e degli indio nelle università e nelle scuole specializzate, perché sono loro il segmento sociale più numeroso ed escluso del Paese», dichiara Silva, la compagna di lotte di Chico Mendes, il leader dei seringueiros d’Acre, ucciso da un complotto di fazendeiros in un’imboscata nel 1988. Che conclude: «C’erano 5 milioni d’indio e 12mila europei quando i portoghesi giunsero in Brasile. I 5 milioni diventarono 720mila e i 12mila portoghesi divennero 190 milioni: abbiamo un debito storico con i discendenti di questi popoli che non hanno mai avuto pari opportunità».  

 
 

La prima pagina del giornale
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Il disastro di Fukushima, gli uragani, lo scioglimento dei ghiacci, l’aumento dei gas serra. E da noi le alluvioni, e ora anche il crollo di Pompei. Il 2011 non sarà ricordato come un anno “verde”.

268 24 December 2011
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