Canton, porta d’Oriente per africani e musulmani

Gino Fusco da Canton

CINA. È una delle città cinesi in cui la presenza di fedeli all’Islam e di emigrati dall’Africa è aumentata più velocemente negli ultimi anni. Il livello di integrazione è buono, anche se i problemi non mancano.

Se c’è una cosa strana in Cina è vedersi attraversare la strada da gruppi di africani. A Est dell’Himalaya, persino nelle maggiori città, lo straniero è ancora merce rara e gli scambi con il continente più antico non avvengono sullo stesso piano: Pechino esporta masse di lavoratori ma importa materie prime, non persone. Inoltre nel Sud-Est Asiatico la pelle nera non è vista proprio come una gran qualità.
 
Che sorpresa invece nella piazza della stazione di Guangzhou, quella che noi chiamiamo Canton, veder sfilare fuori dalla metropolitana gruppi di neri africani e di maghrebini, con il capo coperto da un semplice kufi rotondo, copricapo tipico della cultura musulmana, e lo sguardo per nulla incuriosito dalla città intorno. Vivono e lavorano in quella che è storicamente la porta d’ingresso dell’Islam in Cina. Sono stranieri, ma fino a un certo punto.
 
Secondo l’Associazione islamica locale, in città vi sono tra i 50mila e i 60mila musulmani su una popolazione urbana di oltre 10 milioni di abitanti. Non sono tantissimi ma la loro presenza è molto visibile quando, a migliaia, si recano alla preghiera del venerdì. Così tanti che alle volte stendono i tappeti all’esterno degli edifici di culto, incapaci di contenere una folla così imponente. La stazione ferroviaria è a poche centinaia di metri da una delle quattro moschee della città, in un viale affollato di storpi, mendicanti e di donne velate che vendono vari tipi di panetti fritti su bancarelle minuscole munite di ruote.
 
Un paio di chilometri più a Sud, passato il parco del lago Liuhua, fa bella mostra di sé la Grande moschea di Huaisheng, la più antica della Cina, luogo sacro nel cuore di ogni musulmano cinese. Si racconta che a fondarla sia stato Sa’d ibn Abi Waqqas, zio del profeta Maometto. In tanti vengono in Cina anche per andare a pregare davanti alla sua tomba. Guangzhou, importante porto fluviale sulla via della seta, è da sempre una città di passaggio tra i due estremi dell’Asia, un vero nodo di scambio commerciale e culturale.
 
Mohammed Khamouch, esperto della fondazione Fstc, sostiene che una comunità araba vi si sarebbe insediata già prima della predicazione di Maometto, favorendo poi l’ingresso nella regione del yisilan jiao​, la religione pura. Secondo alcuni storici tuttavia, l’Islam arrivò dall’Etiopia, dove all’inizio del settimo secolo una delle figlie del profeta aveva ricevuto asilo dal Negus della città di Axum dopo essere sfuggita con alcuni dei suoi compagni alle persecuzioni della tribù Quraysh nella valle di Makkah.
 
Comunque sia il Corano arrivò a Guangzhou nel bel mezzo dell’età d’oro della civiltà cinese, durante il regno illuminato della dinastia Tang. «La situazione sociale della comunità musulmana di oggi a Guangzhou è proprio come all’epoca della dinastia Tang», ha sostenuto in un’intervista Ma Qiang, assistente professore di etnologia e studi religiosi alla Shaanxi normal university. «Entrambe le comunità si sono formate in un momento in cui la Cina era aperta al mondo esterno e aveva un’economia prospera».
 
Solo dieci anni fa i musulmani in città erano meno di 10mila, poi la particolare posizione geografica e la mentalità aperta dei cantonesi, unitamente all’ingresso della Cina nell’Organizzazone mondiale del commercio nel 2001, hanno attratto ondate di commercianti dal Medio Oriente e dal Nordafrica. Questi si sono affrettati a occupare gli spazi aperti dalla rapida crescita cinese e hanno fortemente contribuito a rivitalizzare l’economia locale.
 
Oggi non vi sono apparenti problemi di convivenza tra la comunità islamica e i padroni di casa, generalmente più superstiziosi che credenti. Anzi, molti sono consapevoli che la presenza di così tanti stranieri significa lavoro e benessere per una buona fetta di popolazione. Molti grossisti riforniscono i mercanti musulmani sia di beni tipicamente islamici, come vestiti e cappelli, sia di prodotti di uso quotidiano, che siano mobili, ceramiche, cosmetici o congegni elettronici di fabbricazione coreana.
 
Si moltiplicano intanto i ristoranti halal, che offrono cibi e carni compatibili con la tradizione musulmana. In un articolo apparso sul China Daily, un commerciante di origine yemenita naturalizzato cinese, Abdul Bagi Al-Atwani, si dichiara assai soddisfatto della sua vita sullo Zhu Jiang, il Fiume delle Perle che attraversa la città. «Mi piace Guangzhou. È un buon posto per fare affari e vivere. A volte mi sembra di essere in un Paese arabo perché è pieno di arabi e posso andare a mangiare in molti ristoranti che servono piatti tipici di quella cultura».
 
Per i neri, invece, la situazione appare più complessa. Dal 2003, secondo le statistiche, la popolazione africana aumenta annualmente del 30 per cento. Uomini d’affari e commercianti giungono a Guangzhou e vi si stabiliscono, a volte attraverso canali legali, a volte come clandestini. Giusto un anno fa ci sono stati dei disordini in città in seguito alla morte di un commerciante nigeriano, caduto da un ponte mentre cercava di sfuggire a un controllo di polizia.
 
Il quartiere di Kuangquan, dove sono migliaia i residenti immigrati dall’Africa, è soggetto più di altri a massicce operazioni di controllo da parte delle forze di polizia, Questione di difficoltà nel rinnovo dei permessi di soggiorno, di una maggiore attenzione nei confronti degli immigrati dalla pelle scura, di rapporti commerciali poco chiari tra le due sponde dell’Oceano Indiano. Ma nel frattempo cresce il numero di matrimoni misti e non è impossibile incontrare ragazzini dall’aspetto africano che parlano fluentemente cantonese.
 
Così come non è raro vedere impiegati di colore lavorare nelle cucine dei ristoranti musulmani. In tutto il Guangdong il cibo riveste un’importanza particolare e se l’integrazione della comunità africana non è sempre semplice sul piano della legalità, forse attraverso la forza del palato si giungerà ad una maggiore comprensione reciproca. Dove non bastano gli insegnamenti del profeta arriveranno forse gli spiedini di carne di capra halal, conditi ovviamente con abbondanti dosi di glutammato, alla maniera cinese.   

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Il disastro di Fukushima, gli uragani, lo scioglimento dei ghiacci, l’aumento dei gas serra. E da noi le alluvioni, e ora anche il crollo di Pompei. Il 2011 non sarà ricordato come un anno “verde”.

268 24 December 2011
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