Come in una fiction
COMMENTI. La chiamano “missione di pace”, ma è una guerra in piena regola. La propaganda, la disinformazione, è ciò che fanno ogni giorno i governi nei riguardi dell’informazione sulle guerre.
«Uccidere un uomo è cosa da poco, uccidere un’opinione produce effetti più duraturi». è questo l’incipit che Bruno Ballardini fa alla premessa del suo breve saggio “Manuale di disinformazione” e prosegue: «Uno dei grandi progressi di questo secolo è stato senza dubbio il graduale passaggio dalla guerra convenzionale alla guerra con i media, cioè alla disinformazione».
Che la disinformazione sia la nuova arma strategica lo vediamo anche con il capo del governo che controlla l’intero sistema d’informazione televisiva. Lo andiamo constatando con il disegno di legge sulle intercettazioni che penalizza e vanifica il diritto di cronaca, con norme nulla ha a che fare con la tutela della privacy e mira solo a consentire agli editori di accentuare il già ossessivo controllo sulle notizie.
Ricevute dalle massime autorità civili e militari, venerdì 30 luglio, all’aeroporto di Ciampino sono arrivate le bare del maresciallo Mauro Gigli, 41 anni, e del caporalmaggiore capo genio guastatori Pierdavide De Cillis, 33 anni. I due militari hanno perso la vita lo scorso 28 luglio, mentre erano impegnati in operazioni di disinnescamento di un Ied, le artigianali ma micidiali bombe improvvisate, a una decina di chilometri a nord di Herat, in Afghanistan. Facevano parte del contingente italiano che, prima con l’Operazione Enduring Freedom, poi con l’Isaf, a guida Nato, a seguito degli attentati dell’11 settembre alle Torri gemelle, dovrebbero liberarci dal terrorismo e portare la libertà e la democrazia nel mondo civilizzato.
La chiamano “missione di pace”, ma è una guerra in piena regola. La propaganda, la disinformazione, è ciò che fanno ogni giorno i governi nei riguardi dell’informazione sulle guerre. Attraverso i media la guerra ci viene presentata come asettica, mostra scenari dove non si vede mai una goccia di sangue, e dove i militari vengono rappresentati come in un film: eroi, angeli redentori e portatori di giustizia, pace e bellezza. Ma sappiamo che le guerre non sono così. E soprattutto non sono una fiction. Le guerre si combattono sempre per motivi economici, per questioni di potere. Per niente altro. Non esistono guerre di pace. E ci viene sempre più il sospetto, che la guerra in Afghanistan non si stia combattendo per liberarci dal terrorismo.
«Ci è stato detto che lottavamo contro terroristi, il vero terrorista ero io. Il vero terrorismo era questa occupazione - ha detto un veterano della guerra in Iraq – il razzismo dentro l’esercito è stato a lungo una scusa per giustificare la distruzione ed occupazione di altri Paesi. (…) Il razzismo è un’arma più potente d’un fucile, di un carro armato, di un bombardiere o di una nave corazzata».
Se sostituiamo la parola razzismo con disinformazione, il risultato non cambia. Perché il razzismo è figlio della disinformazione, sono facce di una stessa medaglia. Tornando a quelle due bare, ciò che i media ci mostrano è la scena composta e ovattata di retorica dell’omaggio ai caduti. In queste scene non compaiono mai il pianto delle madri, lo strazio delle mogli o delle fidanzate, l’inconsapevole solitudine dei bambini rimasti senza padre. Gli editor della disinformazione le tagliano sempre via. Come le scene sbagliate di una fiction.
Il disastro di Fukushima, gli uragani, lo scioglimento dei ghiacci, l’aumento dei gas serra. E da noi le alluvioni, e ora anche il crollo di Pompei. Il 2011 non sarà ricordato come un anno “verde”.






