Compensazione da foreste: il rischio frode

Emanuele Bompan
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EMISSIONI. Prosegue l’approfondimento di Terra sui meccanismi per ridurre la CO2 salvando le foreste. Purtroppo non è tutto “verde” quel che si pianta: truffe e monocolture da agrobusiness dilagano.

Nella puntata di ieri analizzavamo le problematiche del forest offsetting e dei REDD (Riduzione dele Emissioni da Deforestazione e Degrado delle foreste), un meccanismo speciale, nato sotto gli auspici dell’Onu per tutelare la foreste primordiali e permettere a compagnie inquinanti di compensare le emissioni di CO2 attraverso l’offsetting, ovvero la compensazione delle emissioni dovuta alla Co2 che gli alberi assorbono e trattengono. Un meccanismo non sempre trasparente o efficace nel ridurre le emissioni. Per Jutta Kill del Fern, un’associazione per la tutela delle foreste, «l’offsetting è solo un modo per muovere le emissioni da un posto all’altro. Comprare crediti derivati dall’offsetting permette alle compagnia di produrre emissioni extra. Ogni volta che si compensano le emissioni  con un progetto (ad esempio una monocultura di palme da olio) che si sarebbe dovuto realizzare in ogni caso, creiamo emissioni ulteriori».
 
Il fenomeno delle truffe dell’offsetting attraverso uso del suolo e riforestazione non riguarda però solo le foreste tropicali e i REDD. è noto il caso del 2007 che ha coinvolto il Vaticano. Il cardinale Paul Poupard a luglio riceveva dalla compagnia di offsett KlimaFa un certificato per rendere l’intero Stato Vaticano carbon neutral. La compagnia non lesinò in scatti per la stampa e il Vaticano gongolava a per il sua nouvelle vague verde. Poi il nulla. I milioni di alberi, che sarebbero dovuti essere piantati in Ungheria, a oggi, rimangono solo virtuali. Non è un caso isolato: decine di compagnie vendono a caro prezzo la compensazione dei propri prodotti e dei propri servizi senza che poi vengano realmente realizzati i progetti di riforestazioni proposti. Oppure riducono le emissioni di oggi con progetti che entreranno a pieno regime non prima di 30 anni. Oppure usano monoculture spacciandole come foresta originale (noto è il caso degli eucaliptus).
 
Alla base della deregolamentazone del mercato del forestoffsetting c’è sia la mancanza di un contesto legale all’interno delle Nazioni Unite e l’interventismo aggressivo della Banca Mondiale che oscilla tra idee positive e piani mal gestiti e altamente criticati dalle organizzazioni di sviluppo non governative. 
 
La Banca mondiale oggi ha due sistemi per incentivare i REDD e i mercati dei crediti legati alle foreste. Il primo è il FCPF (Forest Carbon Partnership Facility) costituito da un fondo per preparare gli stati al commercio delle emissioni (la Reddiness) e da un Carbon fund, ovvero di un capitale per acquisire i certificati di emissioni prodotti dal non disboscamento e dalla riforestazione, un modo per incentivare gli stati tramite l’acquisizione di certificati e a implementare su larga scala i REDD e REDD+. 
 
Il secondo è invece il FIP, (Forest investment program) del 2008, non ancora operativo. Il FIP include 5 paesi pilota: Indonesia, Ghana, Perù, Laos e Burkina Faso (che però non ha foreste) per sviluppare progetti REDD+ attraverso investimenti mirati. Entrambi i programmi convincono poco le associazioni ambientaliste. «I parametri sono scarsi e spesso i progetti sono fatti non da esperti di foreste ma da specialisti di carbon finance - spiega ancora Breitkopf - più interessati ai risultati economici di breve termine che agli impatti di lungo termine». Il FCPF inoltre, nella sua stesura iniziale, contemplava l’introduzione di monoculture per “arricchire suoli impoveriti”. Di fatto un regalo all’agrobusiness che può beneficiare dei ricavi derivati dalla vendita dei certificati emissioni.
 
Esiste infine un altro sistema per il forest offsetting: la Partnership Norvegese per le Foreste, creata per tagliare l’emissione dei gas serra attraverso la salvaguardia delle foreste. Il sistema è simile agli altri REDD, ma è finanziato principalmente dalla Norvegia. Il 27 maggio 2010 è stato firmato il primo accordo in questo quadro con l’Indonesia. Un miliardo di dollari e una moratoria di 2 anni sull’abbattimento di alberi per contenere la diminuzione delle foreste Lo scopo è limitare il disboscamento che in Indonesia è causato dalla palma da olio, il più venduto olio commestibile al mondo. Un agrobusiness che ne ha devastato le foreste tropicali, il terzo polmone verde al mondo, 120 milioni di ettari. La Norvegia sostiene che sia un’azione fondamentale per preservare l’ambiente e un’opportunità economica. Salvare la foresta e allo stesso tempo acquistare certificati per mitigare le  emissioni di CO2 legate alla sua industria petrolifera e garantire un mercato di certifcicati legati ai REDD. 
 
I piccoli coltivatori di palme da olio sono entrati nella disperazione, mentre hanno applaudito i governi e varie associazioni ambientaliste. Nel piano inizialmente la Norvegia sosterrà l’Indonesia a dotarsi di meccanismi di controllo e di lotta contro il disboscamento, poi, a partire dal 2014, verserà a Giacarta aiuti in funzione dei progressi realizzati. «Se il disboscamento non si fermerà non verseremo nulla. Se ci sarà riduzione, pagheremo», ha sottolineato Jens Stoltenberg il primo ministro norvegese. Eppure bisogna andare nei dettagli dell’accordo per capire che non siamo di fronte ad una vera svolta. In una copia dell’accordo ottenuta da Terra emerge che non esistono meccanismi per una verifica effettiva. e per di più non è chiaro fino in fondo se le piantagioni che potranno svilupparsi al 2014 dovranno rientrare nella dicitura “foresta tropicale”. 
 
La Norvegia, inoltre, secondo persone coinvolte nei negoziati sul clima, ha interessi economici specifici nell’impostare un mercato di certificati delle emissioni legati ai REDD essendo uno dei principali paesi europei con enormi quantità di emissioni di CO2 che devono essere compensate per rimanere entro parametri europei o internazionali. Su queste affermazioni però non ci sono dati o affermazioni comprovanti. Ma che la Norvegia non agisca sempre in buona fede lo dimostra anche il recente accordo tra lo stato scandinavo e la  Guyana: 250 milioni di dollari per un progetto contro la deforestazione. 
 
Solo che durante un’intervista, il presidente della Guyana Bharrat Jagdeo si è lasciato sfuggire che con questo accordo il tasso di deforestazione, contrariamente a quanto ammesso pubblicamente, sarebbe destinato a crescere. Nel documento si legge infatti che la Norvegia verserà soldi alla Guyana e in cambio riceverà carbon credit per progetti contro la deforestazione se questa rimarrà sotto un tasso dello 0,45%. Il problema  è che l’attuale tasso di deforestazione è ben sotto questo livello. Quindi la Guyana potrà persino aumentare il numero di alberi tagliati.
 
Non sono però problemi irrisolvibili. La Conferenza delle Parti (COP) ha fatto grandi passi avanti nella regolamentazione dei REDD e sempre di più le popolazioni indigene guadagnano protagonismo nei processi decisionali. Secondo l’Accra Caucus on Forests and Climate Change, una coalizione di organizzazioni non governative di oltre 38 paesi, «quando le comunità locali che dipendono dalle foreste prendono il controllo della gestione delle risorse forestali sono la miglior assicurazione contro la distruzione da parte di agenti esterni». I REDD e REDD+ devono cambiare direzione e smettere di essere un meccanismo di facciata per i grandi nomi dell’industria dei combustibili fossili.
 
Dal buon funzionamento dei REDD e REDD+ dipenderà anche il futuro di tutti i progetti di riforestazione per tagliare le emissioni che sono fatti nella totale legalità e nel rispetto delle popolazioni locali e dell’ambiente, che tante compagnie si adoperano a portare avanti. Perchè questi meccanismi funzionino la Banca mondiale nei suoi programmi dovrà coinvolgere sempre più l’associazionismo e monitorare i progetti non solo in termini finanziari ma anche in termini ambientali. In gioco c’è il polmone verde che tiene in vita la nostra terra.   

La prima pagina del giornale
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Il disastro di Fukushima, gli uragani, lo scioglimento dei ghiacci, l’aumento dei gas serra. E da noi le alluvioni, e ora anche il crollo di Pompei. Il 2011 non sarà ricordato come un anno “verde”.

268 24 December 2011
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