Diabolica giustizia

Diego Carmignani
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OVERLOOKHOTEL. In sala l’esplosivo "Giustizia privata": un cittadino mette in ginocchio il malato sistema della legge. Intrattenimento puro che perde il confronto con la serie tv.

Siamo a Philadelphia. Nella serenità casalinga di una famigliola fanno irruzione due criminali che violentano e fanno fuori mamma e figlia, mentre il papà Clyde, immobilizzato, osserva il tutto. Qualche tempo dopo, l’uomo assiste alla stretta di mano pubblica tra tutore della legge e carnefice: la procura ha patteggiato con l’inquisito, che ha testimoniato contro il collega malfattore, guadagnandosi la libertà.
 
Tutto questo è il “prima”, la scintilla necessaria perché si arrivi a un inevitabile “dopo”, in cui il disperato padre mette a punto la sua personale macchina giudiziaria: un domino letale di trappole, esplosioni e tiri al bersaglio che gli porterà via dieci lunghi anni. I destinatari delle sue diavolerie non sono però i due mostri, ma il “tempio della corruzione”, il sistema della giustizia, la burocrazia, la politica, quella catena di montaggio davanti alla quale il cittadino è impotente.
 
Peccato che “citizen” Clyde sia un esperto di armi non convenzionali. Con un sistema a orologeria prodigioso, l’uomo metterà in ginocchio la città a ogni passo falso dei suoi interlocutori, procuratore distrettuale e compagnia, con cui intraprende una partita a scacchi da dietro le sbarre. Senza arrivare al sodo del finale, è innegabile il raro crescendo di tensione che lo psycho-thriller Giustizia privata riesce a ottenere. Balzano però all’occhio sbavature non da poco, che tengono il film a miglia di distanza dai due classici Il silenzio degli innocenti e Seven di cui è un forse involontario incrocio.
 
Prima tra tutte, l’evanescenza dei personaggi: il “cattivo” Clyde (Gerald Butler) lo perdiamo di vista nella sua cella mentre fuori scatena l’inferno, per ritrovarlo qualche tempo dopo chiedendoci se gli vogliamo bene o male. Nel frattempo, guadagna la nostra attenzione il procuratore interpretato da Jamie Foxx che retrocede sulle sue posizioni intransigenti, si umanizza e fa sua la lezione dello psicopatico in maniera, per così dire, naif. In altre parole ci viene imposto il punto di vista di un totale inetto.
 
Pur con una storia promettente, l’industria Hollywood fa flop: da una parte paga la pateticità che implacabile scatta quando si tenta di mascherare l’intrattenimento con temi impegnati (cioè il sistema giustizia) e dall’altra perde la battaglia a distanza con le serie tv, infinitamente più efficaci in questo campo, per ritmo, coerenza e credibilità.  

La prima pagina del giornale
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Il disastro di Fukushima, gli uragani, lo scioglimento dei ghiacci, l’aumento dei gas serra. E da noi le alluvioni, e ora anche il crollo di Pompei. Il 2011 non sarà ricordato come un anno “verde”.

268 24 December 2011
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