Il mistero dei mammut e le ragioni dell'estinzione

Alessio Nannini
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PALEONTOLOGIA. Uno studio inglese avanza una nuova ipotesi sulla scomparsa dei grandi pachidermi, che popolarono Europa, Asia e America del Nord fino al Pleistocene: fu colpa del cambio di clima postglaciale, che ridusse l’area di pascolo.

Fra le tante specie animali estintesi nel corso dei millenni, il mammut è con l’uccello dodo quella più conosciuta ed è presente nel nostro immaginario sin dai primi anni di scuola. Merito forse dell’aspetto curioso ma affascinante, e dell’estrema somiglianza con i comuni pachidermi (gli studiosi hanno calcolato che la distanza genetica che separa questi proboscidati dall’elefante è circa la metà di quella che divide l’uomo dallo scimpanzé, il suo cugino più prossimo nella scala evolutiva).
 
Però a tanta familiarità non corrisponde ancora una piena conoscenza delle ragioni della sua scomparsa, nonostante i ricercatori abbiano ritrovato esemplari perfettamente conservati grazie al clima dei territori abitati un tempo, e ancora oggi ghiacciati per buona parte dell’anno. La comunità scientifica ha addotto spiegazioni probabilistiche e ardite ipotesi: cambiamenti climatici, progressivo popolamento umano e conseguente crescita della sua caccia, addirittura un cataclisma provocato dalla caduta di un asteroide.
 
L’ultimo studio in merito è stato condotto dall’università di Durham, in Inghilterra, che sostiene con fermezza la prima fra le suddette cause, spiegando che a seguito della fase più fredda dell’ultima era glaciale, nel tardo Pleistocene, ci fu un forte declino dei pascoli di cui si nutrivano i mammut. Attraverso una simulazione al computer che ha riproposto il clima di Asia, Europa e Nordamerica negli ultimi 42mila anni, è stato mostrato come la trasformazione di pianure fertili in steppe freddissime abbia prima spinto gran parte dei pachidermi a migrare altrove, condannandoli poi alla definitiva sparizione.
 
«Quello che i nostri risultati hanno suggerito è che i mutamenti climatici ebbero un forte impatto sulla vegetazione, con una riduzione delle concentrazioni di biossido di carbonio - ha spiegato il professor Brian Huntley, a capo della ricerca - che ha dapprima causato la diminuzione della popolazione, e quindi la definitiva estinzione non solo dei mammut, ma anche di molti altri erbivori di grandi dimensioni».
 
Al periodo di glaciazione sopravvisse soltanto il mammut lanoso, che stanziava per lo più in Siberia e dunque era “equipaggiato” per resistere al grande freddo. Ma quando le condizioni divennero più temperate, la situazione cambiò. E come risultato di un clima più caldo, con umidità e concentrazioni crescenti di anidride carbonica, gli alberi tornarono a ricoprire la terra. «Passando alla fase postglaciale, mutò l’ecosistema - prosegue Huntley -. Gli alberi presero il posto dell’erba, riducendo di molto l’area di pascolo dei mammut lanosi».
 
Così, secondo lo studio inglese, l’estinzione si ebbe per l’assenza di cibo intorno al 1500 avanti Cristo, e non per la caccia (si sa che l’uomo ne consumava le carni già 1,8 milioni di anni fa). L’ultima colonia di mammut fu quella che popolava l’isola di Wrangel, in Russia, che allora era unita al continente in quanto il livello dei mari era sceso di circa centoventi metri.
 
La sopravvivenza sull’isola poté essere spiegata analizzando la topografia e il clima locali, che permisero la conservazione dell’habitat della steppa. Ma con la particolarità di una riduzione della taglia di generazione in generazione, per far fronte alla scarsità di risorse offerte dall’ambiente insulare.  

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Il disastro di Fukushima, gli uragani, lo scioglimento dei ghiacci, l’aumento dei gas serra. E da noi le alluvioni, e ora anche il crollo di Pompei. Il 2011 non sarà ricordato come un anno “verde”.

268 24 December 2011
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