Il ruggito del Sinabung. Sumatra, torna la paura
INDONESIA. Il vulcano è tornato in attività venerdì scorso dopo oltre 400 anni e le autorità hanno deciso un massiccio esodo dalle zone più a rischio. Finora il bilancio è di due morti e 34mila sfollati. Il governo ha decretato lo stato di massima allerta.
Erano oltre quattrocento gli anni di sonnolenza del vulcano Sinabung, sul dorso dell’isola di Sumatra in Indonesia. E quando venerdì scorso un filo di fumo, poi divenuto una colonna, ha cominciato a uscire dalla cima a 2500 metri di altezza, è sembrato più uno spettacolo da vedere che un fenomeno di cui avere paura. Ieri invece le autorità hanno deciso per l’evacuazione del territorio circostante. Nel fine settimana le attività vulcaniche sono aumentate, e la nuvola piroclastica si è levata fino a un’altezza di 1.500 metri.
Il bilancio provvisorio conta due decessi, il primo avvenuto per problemi respiratori e il secondo per infarto; e altre 34mila persone sono state trasferite dai loro villaggi per precauzione. Secondo le previsioni del governo, la situazione potrebbero peggiorare nei giorni a venire. Lava e lapilli hanno distrutto finora circa quattromila ettari tra foreste e terreni agricoli. «Siamo ovviamente di fronte a una situazione pericolosa - ha riferito il capo del Centro di allarme per le catastrofi vulcaniche - e abbiamo alzato il livello di all’erta al massimo».
Già poche settimane fa c’era stata un’emergenza simile ancora in Indonesia. A eruttare il 9 agosto era stato il monte Karangetang, nella settentrionale isola di Siau. Quattro i dispersi, e decine i villaggi evacuati. Ma nel caso del Karangetang si era trattato quasi di una consuetudine, perché il vulcano è fra i più attivi del pianeta e aveva fatto registrare allarmi simili anche nel 2009 e nel 2007.
Per il Sinabung il discorso è differente, come ha spiegato Priyadi Kardono, portavoce dell’agenzia nazionale indonesiana per i disastri naturali: «Poiché questa è la prima eruzione che abbiamo avuto dal 1600, invitiamo i residenti a rimanere nei rifugi per almeno una settimana». L’Indonesia è la nazione al mondo con più vulcani attivi, e si trova per quasi l’interità del suo territorio sulla cosiddetta “Cintura di fuoco del Pacifico”, entro la quale si stima che avvengano il 90 per cento circa dei terremoti del mondo.
Le attività vulcaniche sono caratterizzate da violente esplosioni che possono portare in breve tempo alla creazione di isole o a spostamenti altimetrici. Sulla stessa linea del Sinabung si trovano alcuni fra i vulcani più violenti del pianeta: il Fuji in Giappone, il Sant’Elena negli Stati Uniti orientali, e i messicani Popocatepetl e Paricutín. E soprattutto il Tambora e il Krakatoa, entrambi indonesiani e siti il primo nell’isola di Sumbawa e l’altro fra le grandi Giava e Sumatra. L’eruzione del Krakatoa del 1883 rimase a lungo impressa nell’immaginario della popolazione mondiale.
L’energia sprigionata dal vulcano equivalse a duecento megatoni, scatenò un’onda di maremoto alta quaranta metri, e produsse il suono più forte mai udito sul pianeta: un boato che fu udito a quasi 5000 chilometri di distanza. Non sarà questo il caso del Sinabung, ma non esistendo dati noti sul vulcano è opportuno prendere tutte le precauzioni possibili. Che, secondo il ministero per i Beni sociali, peserà sulle casse pubbliche per quasi quattordici milioni di euro.
Il disastro di Fukushima, gli uragani, lo scioglimento dei ghiacci, l’aumento dei gas serra. E da noi le alluvioni, e ora anche il crollo di Pompei. Il 2011 non sarà ricordato come un anno “verde”.







