Inchiesta Flotilla, Israele cerca un capro espiatorio
MEDIO ORIENTE. La Commissione Turkel è al lavoro dal 10 agosto. I membri del gabinetto Netanyahu, noto come il gruppo di sette, hanno votato a partecipare all’indagine dopo due mesi di pressione internazionale.
Non c’erano, non si ricordano, non e’ colpa loro. E comunque, non riescono a mettersi d’accordo sulla versione dei fatti. E’ stata una settimana di deposizioni, in Israele, di confutazioni febbrili fra diverse testimonianze, e di disappunto.
Dal dieci agosto, la commissione d’inchiesta Onu è al lavoro. Il suo compito è di far luce sui fatti avvenuta nella notte tra il 31 maggio e il primo giugno, ossia l’assalto alla flottiglia di aiuti diretti a Gaza che navigava in acque internazionali. L’operazione causò la morte di otto cittadini turchi e di un americano. Israele, come se non bastasse, prese in ostaggio circa 600 attivisti, scatenando una crisi senza precedenti con gli alleati militari turchi.
Il lavoro della Commissione si è subito trasformato, per il governo Netaniahu, in uno scaricabarile di responsabilità. Di fatto, Israele ha accettato (dopo due mesi di insistenze internazionali) di collaborare con la commissione Onu nella speranza di risanare I legami con la Turchia, che finora ha reiterato infinite volte le proprie precise condizioni sulla faccenda della Flottiglia: un’inchiesta sui colpevoli con scuse da parte di Tel Aviv ai familiari dei civili uccisi, il risarcimento ai feriti (anche perché l’esercito si è portato via anche attrezzatura, carte di credito, e altri oggetti personali degli attivisti della flottiglia), e la fine del blocco sulla Strisci di Gaza, che da anni affama la popolazione.
Ma in cambio della partecipazione, Israele ha posto anche un vincolo ben preciso: non ci saranno testimoni. La commissione Onu (supervisionata dal premier neozelandese Geoffrey Palmer e dall’ex presidente colombiano Alvaro Uribe, a sua volta accusato da molte Ong di tortura e violazione dei diritti umani) potrà soltanto sentire la versione che Israele presenterà tramite un proprio rappresentante, ma senza poter interpellare né i soldati presenti né i governanti.
Ed è per questo che la Turchia si è subito affrettata a formare la scorsa settimana una propria commissione interna, per raccogliere le centinaia di testimonianze, fotografie di percosse, e prove a carico dell’esercito israeliano, in modo da poter presentare tutte le possibili evidenze in sede Onu. Incluse, forse quelle che le stesse associazioni israeliane hanno tentato di raccogliere dalle carceri e dai cittadini israeliani a bordo della Flottiglia, e che il Governo Netaniahu rifiuta di prendere in considerazione.
Ma intanto, appunto, Tel Aviv deve prepararsi a deporre di fronte all’Onu e, soprattutto, a spiegare ai propri cittadini quello che è successo, oltre che a punire i colpevoli. Ed ecco, dunque, la commissione Turkel: l’ennesima commissione d’inchiesta interna che indaga sugli errori dell’esercito e del governo. Prima c’e’ stata quella su Piombo Fuso (i bombardamenti su Gaza del gennaio 2009) e, prima ancora, la Commissione Winograd sulla guerra contro il Libano del 2006. Entrambe cercavano di scoprire che cosa non avesse funzionato nella strategia di Tsahal, entrambe non hanno prodotto colpevoli, risolvendosi in un polverone di editoriali e giustificazioni.
La commissione Turkel, a quanto pare, non sara’ diversa. Perché i tre principali sospetti, il premier Beniamin Netaniahu, il Ministro della Difesa Ehud Barak, e il capo dell’esercito Gaby Ashkenazy, non riescono a mettersi d’accordo sui fatti, non c’erano, non ne sapevano, e comunque di errori dicono di non averne fatti. Ha cominciato Ehud Barak, lunedì addossando tutta la colpa ai vertici dell’esercito e lavandosene le mani. Non stupisce, visto che i suoi rapporti con il Generale Gaby Ashkenazy sono tutt’altro che rosei.
Ma ha aggiunto, cercando di tirare in ballo Netaniahu, che il Governo sapeva, e che la settimana prima del raid vi era stata una riunione fra 7 ministri e l’intelligence per esaminare i possibili scenari in caso di attacco alla Flottiglia, e decidere come reagire. Insomma, Netaniahu non c’era al momento dell’incidente della Flottiglia (era all’estero). Poi ci si e’ messo Netaniahu, martedì dicendo che sì, è colpa dell’esercito; ma che lui non c’entra, perché Ashkenazy non si era affatto coordinato con intelligence e governo, dato che la riunione segreta della settimana prima dell’attacco si era occupata soltanto della battaglia di immagine che ne sarebbe seguita.
Insomma, delle strategie per trovare una versione accattivante su quanto stava per accadere. Dal canto suo, Gaby Ashkenazy afferma che il suo unico errore è stato quello di non aver utilizzato da subito dei cecchini sul ponte, e di non aver previsto che a bordo ci fossero così tante persone. Piuttosto inverosimile, dato che su internet era disponibile un sito che trasmetteva real time dal ponte della Mavi Marmara (la nave principale della Flottiglia) quanto avveniva a bordo. Gaby Ashkenazy sa che gli tocca fare il capro espiatorio: lui fra 4 mesi ha finito il proprio mandato, mentre gli altri due sospettati, Netaniahu e Barak, devono restare al governo per altri due anni.
Ma intanto lo scaricabarile, le versioni contrastanti, e i documenti interni sull’attacco alla Flottiglia che l’esercito ha classificato non piacciono all’opinione pubblica israeliana. E fra poco più di un mese, il 18 settembre, parte un nuovo convoglio verso Gaza, organizzato dalle stesse associazioni della Flottiglia. Chiunque sia il colpevole dell’attacco del 31 maggio, dovrà essere esautorato prima che l’errore si ripeta.
Il disastro di Fukushima, gli uragani, lo scioglimento dei ghiacci, l’aumento dei gas serra. E da noi le alluvioni, e ora anche il crollo di Pompei. Il 2011 non sarà ricordato come un anno “verde”.







