L’incredibile caso dello spione afgano

Annalena Di Giovanni

CORRUZIONE. Mohammed Zia Salehi era l’uomo della Cia. Ma anche del presidente Karzai. Ma anche dei traffici di denaro e droga. Grazie a un’inchiesta del New York Times emerge un storia di spionaggio che creerà grandi imbarazzi a entrambi i governi.

Da un anno si parlava di rottura tra il presidente afghano Amid Karzai e quello statunitense. Eppure, senza saperlo, fra Washington e Kabul qualcosa in comune c’era e, a quanto pare, si trattava di un legame fondamentale per entrambi. Lui, il legame, impiegato nel Consiglio di Sicurezza Nazionale Afghano, Mohammed Zia Salehi, era l’eminenza grigia di Karzai ma non solo: a quanto pare era anche l’uomo contro Karzai. E poi ancora l’uomo della Cia. Ma anche l’uomo contro la Cia.
 
Insomma, l’agente che tutti credevano “il proprio uomo” al punto che, quando nel mezzo di uno scandalo per il traffico di dollari di una agenzia di money transfer afghana di nome “New Ansari” che spediva ingenti capitali nel Golfo, qualcuno ha pensato bene di incarcerare Salehi per corruzione, non si è capito chi si sia precipitato prima a liberarlo, e perché, e per nascondere cosa. Un mirabolante caso di controspionaggio al contrario, quello sulla Mata Hari afghana, che è finito sulle prime pagine del New York Times mercoledì facendo letteralmente cadere la mascella ai più alti gradi di entrambi i governi, afghano e Usa, che credevano di essersi assicurata la fedeltà di Salehi a colpi di dollari e cariche ufficiali.
 
Due miliardi e mezzo di euro è la media annuale di quanto sborsato dal dipartimento della difesa americano per sostenere la carta vincente del ritiro dall’Afghanistan, il Consiglio di Sicurezza Nazionale, creato col compito di formare le forze di polizia, creare una struttura di antiterrorismo e controspionaggio, combattere traffico di droga e talebani, e ristabilire l’ordine smistando budget miionari fra strutture, corsi di aggiornamento e di inglese, e mantenimento di 70 mila impiegati in quella che doveva essere la spina dorsale della pacificazione afgana.
 
Peccato che a quanto pare il Consiglio era una gigantesca macchina per spiare se stessa, e che, parallelo al budget ufficiale del Dipartimento della Difesa, ci fossero i milioni che discretamente confluivano da ogni dove verso i conti che Salehi teneva a Dubai all’insaputa di tutti. Tangenti dalla Cia, dall’Afghanistan e da chissà quali altri traffici che, secondo il Nyt finivano nelle tasche di elementi la cui vicinanza a Karzai è tanto lampante quanto fonte di imbarazzo per tutti: oltre Mohammed Zia Salehi, faccendiere dell’intelligence afghana, compare di nuovo il nome del fratellastro del presidente, nonché governatore di Kandahar rapidamente detronizzato appena ne sono emersi i legami con la Cia mesi orsono, Ahmet Ali Karzai.
 
Se la Cia si è affrettata a rifiutare ogni commento, Karzai si è dovuto invece precipitare a proteggere quelli che credeva essere i suoi uomini più fidati. Non che Karzai abbia molta scelta: l’intero affaire scalfisce appena Washington, mentre rischia di trascinare nel fango il già traballante presidente afghano. Per il quale non resta che negare l’evidenza. Resta l’interrogativo di quale fosse il vero padrone di un formidabile doppiogiochista come Salehi: stava a Kabul per riferire a Karzai delle intenzioni della Cia, o piuttosto per riferire alla Cia dei panni sporchi di Karzai?
 
O ancora, l’intelligence americana contava forse su Mohammed Zia per promuovere trasversalmente le proprie strategie fra i circoli governativi di quello che è ormai il primo fronte di guerra per gli USA? Quel che resta, secondo i giornalisti del Nyt, Filkins e Mazzetti, è la contraddizione di un presidente – Obama – che proclama ultimatum contro la corruzione del governo Karzai senza sapere che sono proprio i suoi 007 a foraggiarla. Quanto al presidente afghano, probabilmente finirà col pagare per tutti. E pensare che lo scandalo è scoppiato quando la stessa polizia afghana del Consiglio di Sicurezza Nazionale ha sorpreso Salehi al telefono, mentre trattava per bloccare un’indagine per riciclaggio di denaro contro alcuni trafficanti di droga. In cambio, stava chiedendo una macchina nuova per il figlio.   

La prima pagina del giornale
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Il disastro di Fukushima, gli uragani, lo scioglimento dei ghiacci, l’aumento dei gas serra. E da noi le alluvioni, e ora anche il crollo di Pompei. Il 2011 non sarà ricordato come un anno “verde”.

268 24 December 2011
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