L’incubo della divergenza

Luca Bonaccorsi

ECONOMIA. Il fenomeno, temutissimo dagli architetti dell’Euro, si chiama “divergenza”. Ovvero la tendenza di sistemi economici facenti parte di una stessa area economica di avere performance molto diverse.

Il fenomeno, temutissimo dagli architetti dell’Euro, si chiama “divergenza”. Ovvero la tendenza di sistemi economici facenti parte di una stessa area economica di avere performance molto diverse. Nel nostro caso poi la valuta unica, con i suoi tassi d’interesse e di cambio uguali per tutti, per durare ha bisogno di una accentuata armonizzazione economica. E se nel boom sostenuto dal credito facile tutti i paesi sembravano simili, nella crisi stanno emergendo platealmente le differenze strutturali. Il dato saliente in Europa è che il sistema neocorporativo tedesco tiene, mentre tutti arretrano.     
 
A suscitare questa e altre considerazioni il rapporto di ieri dell’Ocse, che descrive lo stato della crescita economica nei paesi industrializzati nel secondo trimestre del 2010. Complessivamente il quadro è quello annunciato: sono evidenti i segni del rallentamento in Asia e Usa. Non ancora in Europa (che tipicamente segue di 6-12 mesi) dove la Germania stupisce tutti per la forza del suo settore export. 
 

Il dibattito in Europa si è quindi concentrato sulla forza dell’export tedesco. La crescita di Berlino permette alla Merkel tagli al deficit che obbligano i paesi periferici (vedi Spagna, Portogallo, Grecia) a manovre di finanza pubblica che ne hanno già spedito in recessione le rispettive economie. Da destra e da sinistra è partito quindi l’attacco alla politica economica tedesca. Si addebita alla Merkel di mettere in difficoltà gli altri paesi europei con la sua performance stellare. Paradigmatica la frase dell’economista premio Nobel Joseph Stiglitz: «Chiunque creda che la Cina è un problema deve credere che lo sia anche la Germania». Un’affermazione assai criticabile considerato che la Cina è una dittatura il cui successo economico si regge largamente sul lavoro semi schiavo e su una valuta artificiosamente debole mentre la Germania è una democrazia con uno dei migliori sistemi di welfare al mondo.
 

L’approccio quantitativo macroeconomico produce anche affermazioni aberranti di questo tipo. Invece di interrogarsi sulle ragioni strutturali del successo economico tedesco, sulla qualità dei prodotti che guadagnano quote di mercato non solo senza lavoro schiavo, ma senza neanche il bisogno di abolire la pausa pranzo come si farà a Pomigliano, da più parti si è lanciato l’attacco al “rigore” germanico. Tra i “critici” grandi nomi della finanza come George Soros. L’accusa rivolta alla Germania è che risponde alle crisi comprimendo i salari, e quindi la domanda interna, puntando sull’export. La “soluzione” suggerita è essenzialmente quella di “lasciare andare” sul fronte del deficit e dei salari.
 
Così facendo le merci tedesche sarebbero un po’ meno competitive (quindi meno surplus commerciale) e la domanda interna sarebbe più robusta (quindi anche maggiori importazioni). Non è difficile capire che la “ricetta” non piaccia necessariamente ai tedeschi, che negli ultimi 60 anni hanno sempre risposto in questo modo alle recessioni: comprimendo la domanda ma non gli investimenti per uscire, regolarmente, rafforzati dalle tempeste. Ancora una volta l’analisi qualitativa delle performance relative dei sistemi economici sembra essere sostituita da irragionevoli e insostenibili, a volte disperate, “lezioncine” dei maestri di turno.    
 
 

La prima pagina del giornale
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Il disastro di Fukushima, gli uragani, lo scioglimento dei ghiacci, l’aumento dei gas serra. E da noi le alluvioni, e ora anche il crollo di Pompei. Il 2011 non sarà ricordato come un anno “verde”.

268 24 December 2011
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