L’Indo rompe gli argini

Susan Dabbous
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PAKISTAN. Nelle ultime 48 ore le alluvioni causano un altro milione di sfollati nel sud del Paese. Un’altra esondazione colpisce la provincia del Sindh. L’Onu risponde alle minacce talebane: «Non ce ne andremo».

A quasi un mese dalle più devastanti inondazioni della sua storia, non cessa l’allarme in Pakistan. Il fiume Indo ha rotto di nuovo gli argini e centinaia di migliaia di persone stanno scappando in queste ore dal sud del Paese, dove l’acqua sta sommergendo nuove zone, principalmente nei distretti di Thatta e Qambar-Shadadkot. Sono almeno 300mila gli abitanti di Tahatta, nella provincia del Sindh situata a soli 70 chilometri da Karachi, che ieri hanno abbandonato le proprie case dopo lo sgretolamento degli argini artificiali, inutilmente costruiti per cercare di contenere la piena. Nella nottata di giovedì il fiume è straripato e le autorità locali hanno dato ordinato l’evacuazione dei residenti di questo popoloso villaggio agricolo. Ora gli abitanti in fuga si stanno trasferendo con ogni mezzo in direzione degli accampamenti organizzati dall’esercito. Le tv mostrano carovane di centinaia di autoveicoli, moto e carretti trainati da animali anche se la maggior parte delle persone si muove a piedi, con i bambini in braccio.

 

Chi ce la fa raccoglie in un lenzuolo tutto quello che possiede e se lo porta in spalla o sulla testa. Purtroppo molti sfollati non riescono ad arrivare nei centri medici e di distribuzione degli aiuti perché muoiono per strada. Anche per questo, secondo l’Autorità per la gestione dei disastri nazionali, il bilancio ufficiale dei decessi per le inondazioni crescerà in modo rilevante. Intanto nel Paese sono almeno sei milioni gli sfollati, a cui bisogna aggiungere un altro milione che a partire da ieri sta abbandonando le proprie case nei distretti meridionali di Thatta e Qambar-Shadadkot. Ad aggiornare il bilancio del disastro sono le Nazioni Unite, mentre Medici senza frontiere lancia l’allarme sulla carenza di acqua potabile, nonostante riesca a distribuirne oltre 500mila litri al giorno. Una quantità che però è del tutto insufficiente.
 
I bambini si lanciano nel fango, giocano, si tuffano e bevono acqua inquinata. Ammalandosi. Diarrea, paludismo e colera (per quest’ultima sono 8 i decessi già accertati), le maggiori cause di malattia. Le acque delle inondazioni trasportano ogni sorta di microbi e germi. L’associazione medica internazionale è preoccupata anche per l’uso delle piccole pompe domestiche: chi le possiede ha iniziato a riutilizzarle aumentando, così, i rischi di focolai. Presto dovrebbero essere installati dei depuratori, almeno nel nordovest del Paese, ma intanto il disastro si sta espandendo. Le prime inondazioni, provocate dalle piogge monsoniche, infatti, avevano colpito solo le regioni settentrionali. Ma nei giorni successivi sono finiti sott’acqua anche i terreni agricoli nel sud del Pakistan, distruggendo più di un milione di case. «La situazione sta peggiorando - ha detto un alto responsabile di Thatta, Hadi Baksh Kalhoro -. Ormai sono 20 milioni le persone colpite».
 
Le Nazioni Unite, l’esercito pakistano che ha ormai ripreso il controllo almeno della valle dello Swat, e altre organizzazioni internazionali stanno intensificando gli sforzi per portare medicine, cibo e acqua, nonostante giovedì i talebani abbiano minacciato di attaccare gli operatori umanitari stranieri. La loro presenza è «inaccettabile», ha sentenziato Azam Tariq, portavoce dei talebani pachistani, sostenendo che gli Stati Uniti e gli altri Paesi scesi in campo non sono in realtà interessati ad aiutare le vittime delle recenti alluvioni ma nascondono, invece, altri fini. Il malcontento della popolazione è palpabile, lì dove l’isolamento ha aumentato la miseria e il senso di abbandono.
 
Chi invece viene raggiunto dagli aiuti, come nello Swat, dimostra riconoscenza anche agli uomini dell’esercito, da tempo presenti nell’area per cacciare i talebani. E alla minaccia di quest’ultimi ha risposto John Holmes, funzionario delle Nazioni Unite, responsabile del coordinamento delle attività umanitarie: «Le parole dei talebani - ha detto - saranno prese seriamente in considerazione, ma l’Onu non si lascerà intimidire e continuerà a fare ciò che riterrà più opportuno per aiutare le vittime delle inondazioni». L’importante è raggiungerle in tempo.  

 

 

La prima pagina del giornale
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Il disastro di Fukushima, gli uragani, lo scioglimento dei ghiacci, l’aumento dei gas serra. E da noi le alluvioni, e ora anche il crollo di Pompei. Il 2011 non sarà ricordato come un anno “verde”.

268 24 December 2011
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