La difficile ripresa del dialogo tra Abbas e Netanyahu
MEDIO ORIENTE. Il primo ministro israeliano non può imporre alcuna decisione alla sua compagine governativa, dominata da piccole ma agguerrite formazioni. E anche il leader palestinese ha poco spazio di manovra.
«Se si tratterà dell’ennesimo negoziato fra uomini, non posso che essere pessimista. Ma, visto che la legge prevede una presenza femminile al tavolo delle trattative, non voglio che questo ruolo venga assunto ancora una volta da una “bianca” in politica da sempre come Tzipi Livni, figlia della classe egemone che da sempre domina me e il mio Paese». Shula Keshet, del movimento Akhoti (un’associazione che lotta per difendere le donne mizrahot, le ebree venute dai Paesi arabi, contro la discriminazione della classe dominante ashkenazi, formata dagli ebrei venuti dall’Europa centrale e orientale), non ha dubbi: giovedì prossimo, il tavolo delle trattative organizzato dal presidente Obama per costringere Mahoud Abbas e Benjamin Netaniahu a raggiungere un accordo sul conflitto arabo-israeliano, potrà riuscire soltanto se al seguito della politica ufficiale ci saranno donne come lei.
«Il premier Benjiamin Netanyahu deve includere la nostra voce nel negoziato. Quella dei movimenti dal basso, quella delle donne che difendono i diritti dei palestinesi, dei beduini, ma anche degli immigrati etiopi e degli ebrei di origine mediorientale. Siamo un Paese estremamente composito, dove gruppi etnici emarginati, pacifisti e donne sono una voce indispensabile per porre fine al conflitto». Per questo Akhoti, insieme ad altre 14 associazioni di donne israeliane sia arabe che ebree, ha scritto direttamente al governo chiedendo di essere inclusa nel gruppo diplomatico che negozierà a Washington.
«Il governo non ci ha ancora risposto ufficialmente, ma vista la copertura mediatica ricevuta dalla nostra lettera, speriamo in un sì». Eppure, di voci da ascoltare, Netaniahu sembra averne fin troppe. Tanto che per evitare ogni discussione ha cancellato tutte le sedute ministeriali fino al negoziato del due settembre con Obama e Abbas. Per ora, oltre a non voler parlare coi suoi ministri, non lascia trapelare niente; se non che la pace si farà, che i confini del ’67 non esistono più e che le colonie in Cisgiordania non si toccano. Fra i commentatori israeliani, sono in molti a temere la cronica indecisione di Netanyahu alla vigilia del negoziato più importante degli ultimi vent’anni. L’impressione è che un piano, il primo ministro, proprio non ce l’abbia.
Da un lato non può imporre alcuna decisione alla sua compagine governativa, dominata da piccole ma determinanti formazioni politiche ben radicate fra i coloni della Cisgiordania. Ne è un esempio Shas, il partito ultrareligioso sefardita, il cui fondatore ed ex gran rabbino Rav Ovadia Youssef si è distinto per aver ammonito, durante la sua ultima predica di Shabbat, che i palestinesi «devono sparire dall’intera faccia della terra». Non esattamente un augurio di buona riuscita, visto che un semplice “no” da parte di Shas basterebbe a detronizzare il premier e sciogliere il governo che da giovedì sarà impegnato nei negoziati.
Ma se Netanyahu si prepara al negoziato chiudendo le porte della sala del consiglio dei ministri, in Palestina non va certo meglio. La Striscia di Gaza, tuttora sotto assedio e boicottata diplomaticamente, è stata ancora una volta esclusa dal negoziato perché Israele non vuole sedere al tavolo col partito che la governa, ossia Hamas. E in Cisgiordania non va certo meglio. Anche Abbas sta facendo del suo meglio per escludere chiunque dai negoziati. Fra opposizione, ministri boicottati, società civile dimenticata e donne che scrivono lettere, Barack Obama dovrà prepararsi al ruolo del prestigiatore.
Per ottenere qualche risultato concreto là dove nessuno è mai riuscito, dovrà inventarsi un accordo di base che non esiste più, confini che tutti negano, e persino difendere la democrazia dove non c’è, legittimando due leader di governo che, chi per un verso chi per un altro, rappresentano soltanto la poltrona su cui sono seduti.
Il disastro di Fukushima, gli uragani, lo scioglimento dei ghiacci, l’aumento dei gas serra. E da noi le alluvioni, e ora anche il crollo di Pompei. Il 2011 non sarà ricordato come un anno “verde”.







