La guerra di Pietro
OVERLOOKHOTEL. In sala il film di Gaglianone applaudito a Locarno: la sofferta vicenda di un ragazzo ritardato. Magnifica l’interpretazione
di Pietro Casella, che rievoca il miglior Peter Lorre.
Reduce dai consensi ottenuti al festival di Locarno (secondo premio della Giuria giovani), il terzo lungometraggio del regista anconetano Daniele Gaglianone, Pietro, è un’opera programmata per lasciare il segno - per non dire una profonda ferita - nella pancia di qualsiasi spettatore. Piacciano o meno sia la forma che la sostanza della narrazione.
Il motivo è presto detto: l’unico punto di vista è quello dell’assoluto protagonista Pietro, disadattato, emarginato, vituperato, maltrattato ragazzo di origine siciliana affetto da lieve ritardo mentale, che abita nella periferia torinese, ben nota al regista che lì si trasferì a sei anni. L’esistenza da “freak” funziona così: un impiego in nero nell’orrido limbo del volantinaggio, una convivenza forzata col fratello tossico che lo utilizza come fenomeno da baraccone, piccoli impegni casalinghi e talenti soffocati, come quello per il disegno. Il tutto condito da costante paura e totale disagio, dal risveglio mattutino al ritorno a casa in tram, normalmente pieno di bulli e barboni.
La porzione di vita a cui assistiamo è quella che precede la fine, prima cioè che ogni filo conduca all’inevitabile: una vendetta a caldo, ma rinviata giorno dopo giorno, in cui Pietro si sbarazza di tutte le mele marce che lo circondano, lavandole col sangue. Abortendo così se stesso, la possibile relazione con una giovane appena conosciuta e ogni velleità di avvenire. Un “no future” che si respira dall’inizio alla fine e impresso come fosse acido solforico precipitato sul volto allucinato e sui gesti compulsivi del magnifico attore principale, Pietro Casella, una copia all’altezza del celebre collega in bianco e nero Peter Lorre.
Un’interpretazione senz’altro degna di premio, forse esasperata oltre misura da scelte registiche sperimentali a volte audaci, condizionate dal dna documentarista di Gaglianone. L’intento era comunque proprio questo: farci vestire per un’oretta e mezzo i panni di un qualsiasi Pietro immerso nella barbarie dei nostri tempi e verificare quanto tempo riusciamo a resistere senza scoppiare.
Il tranello da cui sarebbe stato meglio guardarsi è il solito: finire per mostrare e dimostrare che in un mondo malato e folle, il solo sguardo lucido e condivisibile sia quello del diverso. Operazione vista sin troppe volte sugli schermi, per farci saltare di gioia davanti a quella che è la prima uscita italiana di spessore della nuova stagione.
Il disastro di Fukushima, gli uragani, lo scioglimento dei ghiacci, l’aumento dei gas serra. E da noi le alluvioni, e ora anche il crollo di Pompei. Il 2011 non sarà ricordato come un anno “verde”.







