La lunga estate bollente della gelida San Pietroburgo
REPORTAGE. Il caldo non dà tregua alla Russia. L’economia dei villaggi è ferma, il pane potrebbe venire a mancare e in città c’è chi sceglie di non andare in vacanza, per concedersi un bagno al fiume.
A San Pietroburgo, città i cui canali gelano per tutto il lungo inverno, una settimana di calura all’anno fra luglio e agosto era sempre stata concessa; e in quei giorni non era inusuale incontrare un russo che camminava in strada o sedeva in metropolitana indossando appena un paio di pantaloni corti. Insolito è invece che il periodo di “clima italiano”, come viene chiamato da queste parti, perduri da oltre un mese: qui come in molte parti della Russia europea la temperatura sta ben oltre i 30 gradi da cinque settimane, con punte vicine ai 40 e comunque mai al di sotto dei 20, che si raggiungono per le poche ore notturne concesse dalle cosiddette notti bianche.
La città è vuota come ogni estate, ma molti vacanzieri di San Pietroburgo hanno preferito annullare le loro ferie all’estero o in mar Nero scegliendo i laghi Ladoga e Onega, più convenienti e vicini. Alcuni ricordano un fenomeno simile un lustro fa, ma il paragone è un azzardo perché allora il caldo invase solo pochi oblast’, cioè province, e comunque per un breve lasso di tempo. Questa volta il caso è nazionale e con ripercussioni gravi per l’agricoltura che, a dispetto della modernità esibita dalle due grandi metropoli, Mosca e San Pietroburgo, dà ancora lavoro a milioni di persone.
I telegiornali hanno parlato ieri, forse con un pizzico di allarmismo, che per la stagione fredda verrà a mancare il pane poiché il grano non cresce e la terra, laddove non arsa, è secca. Abbondano nei banchi dei mercati i meloni e i cocomeri, che generalmente maturano nei primi di luglio e scompaiono già ad agosto. Tutta l’area rurale, che in Russia è sterminata, soffre le alte temperature; i villaggi, una volta operosi kolchoz, sono praticamente fermi e i loro abitanti, che in questo periodo dell’anno tornavano a casa dalle foreste con cesti pieni di frutti di bosco e funghi, trascorrono le giornate a mollo nei tanti fiumi e laghi.
Un refrigerio spontaneo ma finora fatale per circa duecento persone, immersesi in acqua in condizioni più che alticce e per questo annegati. A questi lutti si accompagnano quelli causati dagli incendi: le autorità, che hanno consigliato alla popolazione di indossare una mascherina per non respirare l’aria viziata da inquinamento e fumo. Niente cambia nonostante gli auspici del governo, che cerca di ovviare a un’emergenza inattesa.
Con una singolare eccezione: domenica scorsa la pioggia e un forte vento hanno spazzato San Pietroburgo, provocando nella parte orientale della città lo sradicamento di molte conifere e il blocco del traffico di chi tornava dalla propria Dacia, perché gli alberi hanno invaso le corsie delle strade. Ma è stato giusto un capriccio, perché già alla sera la calura era tornata, e i sanpietroburghesi con i piedi a mollo nel fiume Neva sono tornati a essere parte del paesaggio di una Russia che non avevamo mai conosciuto tale.
Il disastro di Fukushima, gli uragani, lo scioglimento dei ghiacci, l’aumento dei gas serra. E da noi le alluvioni, e ora anche il crollo di Pompei. Il 2011 non sarà ricordato come un anno “verde”.







