La mafia nelle Regioni

Vincenzo Mulè

DENUNCIA. Fabio Granata, vice presidente Commissione antimafia, attacca la politica: «Nonostante la condivisione al codice etico sia tra le candidature che tra gli eletti ci sono infiltrazioni e zone d’ombra».

Sono almeno venti. Siedono nei Consigli regionali del Sud e del Nord, con prevalenza nel Meridione. E la loro identità verrà svelata a settembre. Sono i candidati e gli eletti che nel corso dell’ultima tornata elettorale, quella che ha visto il rinnovo dei maggiori consigli regionali, hanno violato il codice etico antimafia. 
 
La loro appartenenza politica «è trasversale, anche se come è facile immaginare le mafie strizzano l’occhio a chi è al governo». La denuncia è della Commissione antimafia e se ne fa portavoce Fabio Granata che dell’organismo è vice presidente, nonché deputato di Futuro e libertà. «Nonostante la condivisione teorica al codice etico promosso dalla commissione Antimafia - spiega Granata -sia tra le candidature che tra gli eletti ci sono infiltrazioni e zone d’ombra». 
 

 Lo scorso febbraio la Commissione antimafia approvò un codice di autoregolamentazione in previsione delle elezioni del successivo marzo. Non solo. Ma in un articolo si specifica come la stessa Commissione possa non solo fare esortazioni, seppure autorevoli, ai partiti invitandoli ad autodisciplinarsi, ma anche intervenire, ad elezioni avvenute, per verificare sugli eletti i risultati e quindi segnalare con apposite relazioni alle Camere, rendendolo di fatto pubblico, ogni eventuale rilievo o osservazione che emergesse circa intrusioni e rapporti fra mafia e politica evidenziati attraverso la scelta degli eletti.
 
Nel suo attacco, contenuto in una nota, non vengono risparmiate le Prefetture: «Nonostante la carente collaborazione delle Prefetture stiamo ricomponendo il quadro e riferiremo alle Camere. La politica rompa ogni ambiguità nella lotta alla mafia». Le parole di Granata sono arrivate proprio il giorno in cui l’Aula del Senato ha iniziato la discussione sul ddl che istituisce il codice antimafia, già approvato con voto bipartisan dalla Camera. Un provvedimento duramente contestato dalle opposizioni e definito «sciatto e povero, una risposta debolissima alla malavita organizzata» dal capogruppo dell’Italia dei Valori in Commissione Giustizia al Senato, Luigi Li Gotti. Nei giorni scorsi, la senatrice Silvia Della Monica, capogruppo Pd in commissione Giustizia auspicava un arricchimento del provvedimento, inserendo e approvando « le norme che puniscono l’autoriciclaggio, quelle che puniscono tutte le forme di scambio politico-elettorale e aggiornare la disciplina sui collaboratori di giustizia».
 

Il procuratore nazionale antimafia Piero Grasso ha detto di non essere «sorpreso» dalla denuncia di Granata, spiegando comunque che questi «sono problemi politici e che quindi giustamente se ne occupa la politica». «Già nel 1991 - ha ricordato l’alto magistrato - un fatto del genere era stato accertato dall’allora Commissione Antimafia presieduta da Gerardo Chiaromonte. Io - afferma Grasso - all’epoca ero consulente della commissione e il fenomeno delle infiltrazioni mafiose si registrò in varie zone, soprattutto del sud».  Lunedì sera, intervenendo in un dibattito all’interno della rassegna Cortina Incontra, Grasso aveva parlato di «rischio attentati», ribadendo che il pericolo di stragi come quelli di Firenze, di Capaci e di via d’Amelio, «ci sono sempre, soprattutto in momenti di tensioni politiche. Non dimentichiamo - aveva ricordato Grasso - che nel ‘92 gli attentati sono avvenuti a ridosso di Tangentopoli. Può esserci qualcuno che vuole approfittare del momento politico per dare uno scossone». 
 
Sulla questione, Grasso è tornato a parlare ieri, rettificando in parte quanto affermato: «Non ho la palla di cristallo per poter prevedere possibili attentati di Cosa nostra. Mi auguro che non sia così - ha aggiunto - e non penso sia giusto alimentare allarmismi. Ad oggi non abbiamo elementi per parlare di rischio attentati».  
 
 

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Il disastro di Fukushima, gli uragani, lo scioglimento dei ghiacci, l’aumento dei gas serra. E da noi le alluvioni, e ora anche il crollo di Pompei. Il 2011 non sarà ricordato come un anno “verde”.

268 24 December 2011
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