Maltempo, catastrofe in Asia. Danni peggiori dello tsunami
AMBIENTE. Il Pakistan è in ginocchio. Sale il numero dei morti per la frana in Cina. Un italiano tra le vittime delle inondazioni in India. Il climatologo Vincenzo Ferrara: «Il riscaldamento del pianeta è il vero responsabile».
Si continua a parlare di maltempo ma è il caos climatico il vero responsabile della tragedia che in questi giorni si è abbattuta sull’Asia, mettendo completamente in ginocchio il Pakistan e producendo ingenti danni e un numero enorme di vittime in Cina e in India. Quello che ha travolto il continente è infatti un super monsone di inusuale forza, che ha prodotto effetti devastanti sulla regione e modificato in maniera sensibile il clima anche in Europa e in Russia, risultato diretto del riscaldamento della terra nella zona che va dalla penisola arabica al subcontinente indiano.
La conseguenza più immediata di questa perturbazione sono state le eccezionali piogge che per giorni si sono riversate sui tre Paesi asiatici, provocando lo straripamento dei fiumi, inondazioni, smottamenti, slavine e frane. In Pakistan i nubifragi hanno prodotto danni più gravi di quelli causati dal terribile tsunami del dicembre del 2004, anche se con un numero di vittime inferiore: secondo quanto dichiarato ieri da Maurizio Giuliano, portavoce dell’Ufficio per il coordinamento degli affari umanitari dell’Onu, i senza tetto sarebbero quasi 14 milioni (tre in più di quelli dovuti all’onda anomala), con almeno 1.600 morti, decine di migliaia di sfollati e un numero non ancora precisato ma comunque elevato di feriti e dispersi.
Drammatica anche la situazione in Cina, dove nella contea di Zhogu (prefettura autonoma tibetana di Gannan, provincia di Gansu), si scava nel fango alla ricerca di sopravvissuti alla violenta frana che ha colpito la regione. Il numero delle vittime secondo le autorità locali sarebbe superiore a 700, con oltre mille persone ancora disperse. Al di sopra della zona del disastro, intanto, esperti di demolizioni e geologi sono al lavoro per tentare di prosciugare un lago che si è creato dietro a un sbarramento costituito da terreno alluvionato, nel timore che il bacino possa sfondare l’instabile chiusa che si è venuta a creare e provocare una nuova marea di fango.
In India il bilancio delle alluvioni nel Ladakh, provincia dello Stato del Jammu e Kashmir, è salito a 165 vittime, tra cui un italiano. Il numero degli sfollati cresce di ora in ora, mentre l’aeronautica militare lavora fianco a fianco con i soccorsi per trarre in salvo il maggior numero di escursionisti indiani e stranieri rimasti intrappolati sulle vette della regione. Tra questi sarebbero presenti anche due gruppi di italiani, circa 200 persone in tutto, bloccate nei pressi del monastero di Lamayuru, sulla strada che unisce la capitale Srinagar a Leh, interrotta a causa del maltempo.
«Il monsone che ha colpito l’Asia quest’anno è molto più intenso e ampio del solito», spiega il climatologo Vincenzo Ferrara. «Mentre generalmente la perturbazione si limita all’India e al Bangladesh, questa volta si è allargata molto verso il Pakistan, coinvolgendo non solo le regioni periferiche, ma anche quelle più centrali». La causa va ricercata nell’aumento della temperatura terrestre in questa porzione del globo, che ha generato una massa di aria calda maggiore del solito, con ripercussioni dirette in altre parti del pianeta. «L’eccezionale situazione asiatica è probabilmente collegata a quella altrettanto singolare dell’anticiclone russo», prosegue Ferrara. «Normalmente d’estate la pianura russa si scalda molto e l’aria calda, più leggera, crea una bassa pressione calda. Quest’anno invece, contrariamente al solito, si è venuta a formare un’alta pressione calda. Questo significa che la dinamica dell’atmosfera si è modificata, verosimilmente a causa del monsone indiano».
Il riscaldamento climatico modifica dunque in modo diretto le dinamiche meteorologiche, dando origine a fenomeni mai verificatisi in precedenza. «È evidente che quello cui ci si trova davanti è un esempio lampante di caos climatico», conclude l’esperto. Che avverte: «L’Ipcc, il gruppo intergovernativo sul mutamento climatico, avverte da anni che il clima sul pianeta sta cambiando e che i fenomeni estremi saranno sempre più frequenti e devastanti, eppure governi e stati continuano a far finta di niente, invece di ridurre la parte di riscaldamento globale dovuta alla attività umane e predisporre dei piani di adattamento».
Il disastro di Fukushima, gli uragani, lo scioglimento dei ghiacci, l’aumento dei gas serra. E da noi le alluvioni, e ora anche il crollo di Pompei. Il 2011 non sarà ricordato come un anno “verde”.







