Negoziati climatici, i Paesi emergenti decisi a contare

Emanuele Bompan
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COP16. A tre mesi dalla conferenza Onu di Cancun c’è chi torna a sperare in un accordo. Incorporati nel testo dei negoziati parti del nella Dichiarazione finale della Conferenza dei Popoli promossa dal boliviano Evo Morales. Poche speranze per il protocollo di Kyoto.

Mancano poco più di tre mesi al Cop 16, la conferenza Onu sul cambiamento climatico che si terrà a Cancun, Messico per cercare un accordo che possa sostituire dopo il 2012 il protocollo di Kyoto. Le speranze che si possa trovare un compromesso per un accordo legale che rilanci la lotta contro i cambiamenti climatici appaiono ancora scarse. Non è servito l’ultimo negoziato tenutosi ai primi di agosto a Bonn, anche se qualche passo in avanti si è fatto. Nei giorni scorsi, il segretario dell’Onu Ban-ki Moon ha dichiarato che «Potremmo non essere in grado di raggiungere un accordo a Cancun. Bisogna procedere a piccoli passi, cercando aree di progresso reale».
 
A guardarlo dal punto di vista dei negoziatori Ue il bicchiere è mezzo vuoto, visti i ripetuti fallimenti nel presentarsi come un attore vocale e coeso. Anche a causa del debole ruolo dell’Italia. Non la pensano cosi i paesi emergenti, che invece stanno ritrovando un nuovo protagonismo all’interno dei negoziati. 
 

 Paesi come Cina, India, Messico, Brasile, Sud Africa e Russia sono stati particolarmente attivi negli ultimi mesi in negoziati bilaterali per cercare di arrivare a Cancun con una posizione comune. Ultimo l’incontro di ieri tra Messico e India dove è stata riaffermata la volontà di proseguire per trovare un accordo. Anche un nuovo arrivato, Mosca, rimasta fin’ora in disparte, dopo gli incendi disastrosi di questa estate potrebbe avere un nuovo ruolo. Recentemente il presidente Medvedev ha annunciato che «Quello che sta accadendo al clima del pianeta è una chiamata all’azione per tutti noi a confrontarci con urgenza con la questione del cambiamenti climatici».
 

Il gruppo negoziale delle nazioni emergenti, che vorrebbe contribuire a tagliare emissioni di gas serra attraverso un meccanismo chiamato Namas (vedi box 1), sta ottenendo sempre più peso all’interno delle camere negoziali, grazie anche al nuovo G20, che sta ridefinendo la geopolitica economica globale. Il prossimo incontro preparatorio, non a caso, si terrà in Cina, e potrebbe riservare sorprese. 
 
Si torna dunque, dopo lo strapotere Usa-Ue, a un approccio maggiormente multilaterale, con un nuovo equilibrio tra paesi sviluppati e quelli  in via di sviluppo, inclusi i più piccoli. A evidenziate questa direzione inaspettata emersa a Bonn ci ha pensato l’inclusione nei due canali negoziali, AWG-LCA e AWG-KP, (vedi box 2) di nuovi elementi proposti dalla Bolivia. 
 
Alcuni obiettivi presentati nella Dichiarazione finale della Conferenza dei Popoli di Cochabamba (vedi box 3), sono infatti entrate a Bonn nei testi negoziali ufficiali. L’ambasciatore boliviano Pablo Solòn ha dichiarato che «siamo contenti che uno dei miglioramenti è la proposta di costituire un Tribunale Internazionale per la Giustizia Climatica per verificare il perseguimento degli obiettivi climatici». Il tribunale sarebbe una strategia chiave per perseguire obiettivi volontari di tagli delle emissioni attraverso il meccanismo conosciuto con il termine tecnico MRV, ben visto dalla Cina ed India. 
 
Tra gli altri punti inseriti alcuni sono utopici come la proposta di ridurre del 50% le emissioni dei gas serra tra il 2013 e 2017 (l’Ue sostiene un obiettivo del 20% entro il 2020), il limite dell’innalzamento della temperatura a 1 grado C° (il Copenhagen Accord dice 1,5°C) e limitare a 300 (i climatologi più radicali dicono 350) le parti per milione di Co2 nell’atmosfera. 
 
Esagerazioni forse, che però hanno il vantaggio di riequilibrare le opzioni negoziali , molto annacquate, secondo alcuni ambientalisti come Bill McKibben. Pericolose per alcuni negoziatori europei secondi i quali potrebbero compromettere ulteriormente il negoziato. Il mondo associazionista approva. «La discussione torna in un alveo di ragionevolezza», spiega a Terra Alberto Zoratti di Fair, membro del network di azione per il Clima (CAN). «Ci sono nuove opzioni, certo utopistiche ma che fanno ben sperare. E soprattutto c’è uno stop al Copenhagen Accord che rischiava di distruggere la multilateralità dei negoziati». Per un accordo, visto che i negoziati si complicano, bisognerà aspettare il 2012 in Qatar. Ma il risultato potrebbe essere oltre le aspettative.  
 
 

Commenti

Precisazione

Fair non è membro del Network di azione per il Clima (CAN) ma del Network Climate Justice Now.

Mi scuso con gli interessati,

l'autore

La prima pagina del giornale
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Il disastro di Fukushima, gli uragani, lo scioglimento dei ghiacci, l’aumento dei gas serra. E da noi le alluvioni, e ora anche il crollo di Pompei. Il 2011 non sarà ricordato come un anno “verde”.

268 24 December 2011
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