Noi, Bersani e il nuovo Ulivo
POLITICA. Alla fine Bersani l’ha fatto: dopo stimoli più o meno garbati ha preso in mano la situazione e ha sgombrato il campo dai vari deliri estivi.
Alla fine Bersani l’ha fatto: dopo stimoli più o meno garbati ha preso in mano la situazione e ha sgombrato il campo dai vari deliri estivi. La prospettiva politica dell’opposizione ha un nome e un cognome: rispettivamente centrosinistra e Ulivo. Pulendo l’area, intanto, dalle fantasie di Veltroni che, non pago di aver causato la caduta di Prodi, il ritorno di Berlusconi e l’esclusione di tanti partiti dal Parlamento nazionale e da quello europeo, tentava di fare nuovi danni con i suoi improbabili appelli.
L’intervento di Bersani invece disegna il campo, le forze del centrosinistra, e il nocchiero: lui stesso. Com’è ragionevole che sia, essendo il segretario del principale partito d’opposizione. Il secondo passo, dopo aver finalmente superato l’annuncio, sarà la composizione dell’identità del nuovo Ulivo.
Nel perimetro del centrosinistra convivono essenzialmente 5 culture politiche: quella comunista, quella socialista, quella cristiano-democratica, quella ambientalista e quella liberale. In realtà però le differenze tra le tradizioni “storiche” sono ormai largamente smussate.
Ex comunisti, socialisti, cristiano democratici e liberali convergono al 90%, si passi la forzatura, su una versione light della socialdemocrazia europea: welfare robusto in uno Stato liberale, con modesto intervento pubblico in economia. La mediazione sui temi classici dell’economia essendo ormai dettata più dal contesto (vedi la crisi e la nazionalizzazione forzata delle banche fallite) che dalla elaborazione autonoma dei partiti (o si pensi anche al Tremonti liberista che diventa Neocorporativo e Colbertiano).
Elementi qualitativamente dirimenti restano invece quello “confessionale” e quello ambientalista. Il primo come pericolo di scontro, il secondo come grande opportunità a oggi non sfruttata.
Il profilo di laicità (o piuttosto di scarsa laicità) del centrosinistra prodiano, la mancata approvazione dei pacs, della revisione della legge 40, del testamento biologico ecc, sono stati terreno di scontro e motivo di grande delusione nel passato. Tristemente non ci sono mai abbastanza Radicali a controbilanciare i “binettiani” quando arriva il tempo delle decisioni.
La cultura ambientalista invece rappresenta forse la risorsa culturale più preziosa, e allo stesso tempo meno sfruttata (anche nel suo appello ieri Bersani scorda di citarla).
Eppure di fronte a un governo nuclearista e cementificatore, che privatizza l’acqua e proclama la costruzione di cattedrali di calcestruzzo tra regioni che franano sotto la pioggia, la determinante ambientalista, il discorso sul modello di sviluppo e le risorse naturali, marcherebbero la differenza da Berlusconi in modo inequivocabile.
A Terra ovviamente non resta che augurarsi che questi temi vengano valorizzati nella costruzione dell’alternativa di governo.
Bersani ieri ha preso su di se il compito di precipitare queste ricchezze in un programma di governo. Compito arduo ma necessario. L’elaborazione di una “idea di paese” (e non solo di una sua “narrazione”) radicata nelle tradizioni culturali migliori che la nostra storia ha espresso, è il lavoro duro ma bello che attende lui e le forze che sosterranno il suo sforzo. Un campo già ampio, che può solo crescere.
Il disastro di Fukushima, gli uragani, lo scioglimento dei ghiacci, l’aumento dei gas serra. E da noi le alluvioni, e ora anche il crollo di Pompei. Il 2011 non sarà ricordato come un anno “verde”.






