Obama e l’Iraq
L'INTERVISTA. A colloquio con Maurizio Martellini, esperto di geopolitica: «Il presidente Usa ha la capacità di porsi come nuovo interlocutore in Medio Oriente».
ll Professor Maurizio Martellini è il segretario generale del think tank internazionale Landau Network Centro Volta e membro del consiglio scientifico della rivista Limes. Con lui parliamo dei possibili scenari che il ritiro americano dall’Iraq apre nel Paese e nella regione mediorientale.
Professore, le truppe Usa abbandonano il territorio iracheno in un momento di grande incertezza per il futuro del Paese. L’insurrezione sunnita continua ad essere forte, il problema della sicurezza interna è lontano dall’essere risolto e a più di cinque mesi dalle elezioni manca ancora un governo. Questo ritiro rischia di avere effetti destabilizzanti?
All’inizio di agosto l’ex ministro degli Esteri e braccio destro di Saddam, Tareq Haziz, ha dichiarato durante un’intervista che l’allontanamento dell’esercito Usa rischia di distruggere l’Iraq. Un paio di giorni fa la stessa preoccupazione è stata espressa dall’attuale capo della diplomazia irachena Hoshyar Zebari. Questo significa che il Paese, o meglio una parte di esso, ha il timore che il ritiro statunitense possa portare a un crollo della situazione. In realtà a mio avviso l’ipotesi più probabile è che si determini un conflitto a bassa intensità, in cui le forze ribelli che non accettano il potere di Baghdad porteranno avanti attacchi e attentati contro le istituzioni e i loro rappresentanti.
E a livello regionale cosa potrebbe accadere?
Su questo versante il principale problema che Baghdad si trova ad affrontare è costituito naturalmente dall’ingerenza delle potenze straniere: Iran, Arabia Saudita e Turchia. Venuto meno il deterrente militare statunitense, questi tre attori potrebbero infatti decidere di favorire lo smembramento dell’Iraq, sia premendo sui suoi confini, sia favorendo le forze interne al Paese che spingono in questa direzione. In questo momento le autorità e il popolo iracheni sono chiamati dunque ad affrontare un grande sforzo per imparare a stare in piedi con le proprie gambe, senza un sostegno diretto dall’esterno.
Professore, lei ha parlato di sostegno diretto. Significa che quello indiretto è ancora necessario?
Certamente sì. È necessario aiutare l’Iraq a sviluppare una propria dottrina di sicurezza nazionale e a trasformarsi in uno Stato sovrano in grado di amministrare da solo i propri affari. Gli Stati Uniti e l’Europa in questo senso potrebbero giocare un ruolo chiave, favorendo un dialogo tra gli Stati mediorientali per la promozione di un’architettura regionale più equilibrata. Credo che l’amministrazione Obama abbia molto chiaro questo punto. Bisognerà vedere però se nei prossimi mesi il presidente statunitense riuscirà a riconquistare la popolarità che ha perduto. È chiaro infatti che solo se avrà a disposizione una spazio di manovra politico ampio potrà porsi come un nuovo interlocutore per il Medio Oriente.
Il disastro di Fukushima, gli uragani, lo scioglimento dei ghiacci, l’aumento dei gas serra. E da noi le alluvioni, e ora anche il crollo di Pompei. Il 2011 non sarà ricordato come un anno “verde”.






