Pakistan, l’allarme dell’Onu: mancano i fondi per gli aiuti
DISASTRI. Le Nazioni unite sottolineano la scarsità dei finanziamenti pervenuti fino a questo momento per far fronte alla catastrofe. E mentre cresce il pericolo delle epidemie, milioni di persone soffrono la fame.
Dopo quello causato dal maltempo, il Pakistan è chiamato ad affrontare un nuovo e non meno pericoloso disastro, che rischia di fare più vittime delle inondazioni, delle frane e delle slavine, aggiungendo morti ai morti, decimando i sopravvissuti e precipitando l’intero Paese nella miseria e nella disperazione. Le agenzie delle Nazioni unite hanno lanciato ieri l’allarme per la mancanza di fondi per la gestione della grave crisi umanitaria che si è abbattuta sul Pakistan, dove secondo le prime stime sarebbero oltre 20 milioni le persone colpite da una delle peggiori catastrofi della storia.
Una carenza di finanziamenti e di aiuti che potrebbe avere ripercussioni drammatiche, ha avvertito l’Onu, rendendo la seconda ondata di morti, dovuta a malattie, malnutrizione e mancanza di assistenza sanitaria, ben peggiore della prima.
Fino a questo momento infatti, solo una piccola parte dei sei milioni di pakistani bisognosi di aiuti immediati ha ricevuto assistenza, sia a causa della scarsità di generi di prima necessità pervenuti nel Paese sia dei gravissimi danni strutturali prodotti dal maltempo, che ha allagato strade, distrutto ponti, divelto rotaie, rendendo irraggiungibili molte zone e isolando intere regioni.
Mancanza di viveri e malattie sono in questo momento i problemi principali da affrontare. Il Programma alimentare mondiale ha inviato nel Paese asiatico cibo per un milione di persone, sottolineando però che delle oltre 500mila famiglie che necessitano di viveri solo 98mila sono state raggiunte dai soccorsi. Le stime parlano di 5 milioni di persone senza acqua e di 6, 8 milioni senza cibo. A preoccupare il Pam sono inoltre i danni che il settore agricolo ha subito dalle inondazioni, che hanno interessato quasi un quinto del territorio pachistano, distruggendo i raccolti e mettendo a repentaglio la sicurezza alimentare del Paese anche per gli anni a venire.
Anche sul fronte sanitario la situazione è drammatica. Ieri i media locali hanno riferito del primo caso accertato di colera, mentre alcuni bambini accampati in un centro di assistenza a Karachi sono morti di gastroenterite. «Quello che più ci preoccupa», ha spiegato Maurizio Giuliano, portavoce dell’Ufficio Onu per il coordinamento degli aiuti umanitari «è l’acqua contaminata dalle inondazioni. Se non si interviene immediatamente, avremo una seconda ondata di morti». Secondo il funzionario diarrea e dissenteria potrebbero uccidere «fino a 3,5 milioni di bambini», e anche il tifo, l’epatite A ed E, la malaria, il dengue, e la leptospirosi potrebbero fare vittime.
«Abbiamo a che fare con un Paese in cui sono endemiche la diarrea, il colera, le infezioni del sistema respiratorio e molte altre malattie», ha dichiarato nel corso di una conferenza stampa Daniel Toole, direttore regionale dell’Unicef per l’Asia meridionale. «Non possiamo aiutare il Pakistan con le promesse. Sprono dunque la comunità internazionale a passare urgentemente dalle parole agli assegni». John Holmes, segretario della divisione aiuti umanitari dell’Onu, ha messo in evidenza ieri che i 460 milioni di dollari stanziati fino a questo momento dalla comunità internazionale, «non basteranno» ad affrontare la crisi, sottolineando inoltre che fino a questo momento solo 125 milioni sono stati concretamente erogati.
Mentre si attende l’invio di ulteriori aiuti, domani l’Assemblea generale delle Nazioni unite, convocata in seduta speciale dal segretario generale dell’organizzazione Ban Ki-moon, dovrebbe presentare un piano d’intervento per far fronte alla catastrofe pachistana. Un piano che però, avvertono dall’Onu, potrà trovare attuazione solo se adeguatamente sostenuto a livello economico dagli Stati membri.
Il disastro di Fukushima, gli uragani, lo scioglimento dei ghiacci, l’aumento dei gas serra. E da noi le alluvioni, e ora anche il crollo di Pompei. Il 2011 non sarà ricordato come un anno “verde”.






