Pdl e Lega, amici come prima
GOVERNO. Al termine dell’incontro di ieri, Umberto Bossi esclude le elezioni anticipate e conferma il no all’Udc: «Dobbiamo rispettare il programma». Ma sottotraccia continuano le tensioni con i finiani.
«Andiamo avanti così, per il momento, senza elezioni anticipate e senza Casini, per realizzare il programma». Così Umberto Bossi, poco dopo le 15 di ieri, ha riassunto il risultato del vertice tra il Carroccio e il Pdl a Lesa, sul lago Maggiore. Altro che «elezioni al massimo a dicembre», come lo stesso ministro delle Riforme aveva minacciosamente tuonato appena pochi giorni fa. Lo scorso 21 agosto, infatti, la posizione del leader della Lega, complici i sondaggi elettorali che gonfiano la Lega al nord e non solo, fu ben diversa: «Io penso - avvertì - che bisogna andare alle elezioni comunque». I missili politici contro l’Udc e le tensioni con il neogruppo costituito da Futuro e libertà per l’Italia sembrano, per il momento, messi da parte. Ora, complici anche le «trattative in corso» per placare gli animi, confida una fonte finiana, il clima nel centrodestra sembra lentamente volgere al sereno. Ma tra Pdl e Fli continuano i colpi bassi. Mentre l’opposizione accusa: «è solo un teatrino d’agosto».
Lo spauracchio delle elezioni anticipate per il momento sembra essersi sgonfiato. All’incontro al vertice di ieri a villa Campari, dove il premier Berlusconi è arrivato in elicottero, hanno partecipato, oltre a Bossi, i ministri Calderoli e Maroni, la vicepresidente del Senato, Rosi Mauro, il capogruppo al Senato, Federico Bricolo e il governatore del Piemonte, Roberto Cota, insieme a Denis Verdini e Niccolò Ghedini per il Pdl. E i toni, almeno all’esterno, sono stati concilianti. A riprova di una tensione via via stemperata con i finiani, giunge a stretto giro il parere di Italo Bocchino, capogruppo Fli alla Camera: «Le affermazioni di Bossi circa l’inutilità di un ricorso alle urne sono totalmente condivisibili», ha dichiarato appena apparsi i primi dispacci d’agenzia sugli esiti dell’incontro.
«La maggioranza ha gli stessi voti della prima fiducia», ha rassicurato, «solo che ora i soggetti che la formano non sono più tre ma quattro: Pdl, Fli, Lega e Mpa. è velleitario sostituire Fini con Casini. Cosa diversa è se il premier raggruppasse una maggioranza più ampia alternativa alla sinistra, e ciò in maniera aggiuntiva e non sostitutiva di quelle forze che hanno vinto le elezioni. Noi saremmo favorevoli a questa prospettiva». Un allargamento che però trova decisamente freddi i centristi: «Finalmente sembra calare il sipario sul teatrino della politica alimentato nel mese di agosto dalle convulsioni del Pdl», taglia corto il segretario dell’Unione di centro Lorenzo Cesa. «Per quanto ci riguarda, continuiamo sulla strada intrapresa, che ha dimostrato efficacia politica e serietà istituzionale. L’opposizione repubblicana non può concorrere allo sfascio dell’Italia, ma all’assunzione di provvedimenti utili ai cittadini: niente sconti per le leggi che non servono e appoggio agli interventi necessari per il Paese».
I guai, nel centrodestra, però sembrano solo rimandati in vista della “disfida” parlamentare che si aprirà nei primi giorni di settembre. E infatti Osvaldo Napoli, vice presidente dei deputati del Pdl, non rinuncia a punzecchiare gli ex compagni di partito: «Bocchino parla subito di quarta forza, e anche in questo caso in contraddizione con quanto asserisce Urso, per il quale Fli è parte integrante del Pdl. Queste contraddizioni all’interno dei finiani sono evidenti». A mettere subito i paletti, però, ci pensa il “falco” Fabio Granata: «Non cederemo a nessun compromesso sui provvedimenti che riguardano il sistema giudiziario e la difesa dello Stato di diritto e della legalità». E assicura: «Nessuno ci dividerà».
La montagna, dunque sembra aver partorito un topolino: le elezioni si allontanano, e le probabilità che qualche finiano si dimostri più “morbido” aumentano. I sondaggi, infatti, al momento non premierebbero un’eventuale nuova lista finiana. Sarcastico il portavoce dell’Idv Leoluca Orlando: «Come era facile prevedere la paura fa novanta. Gli esiti del vertice tra sono la conferma che l’attuale maggioranza ha paura del voto. Il dittatorello e i suoi sodali sono arrivati al capolinea». Per ora, dunque niente elezioni. In attesa del nuovo round. E questa volta sarà in Parlamento.
Il disastro di Fukushima, gli uragani, lo scioglimento dei ghiacci, l’aumento dei gas serra. E da noi le alluvioni, e ora anche il crollo di Pompei. Il 2011 non sarà ricordato come un anno “verde”.







