Quel mare che unisce
EVENTI. Ad Ancona fino al 5 settembre il festival Adriatico-Mediterraneo. Happening “colto” per conoscere le culture del Mare nostrum e le loro contaminazioni. Gran finale in concerto con Carmen Consoli
«Che cosa è il Mediterraneo? Non un mare, ma un susseguirsi di mari. Mille cose insieme, non una civiltà ma una serie di civiltà accatastate una sulle altre».
A partire dalla profonda riflessione di Fernand Braudel nasce il festival Adriatico-Mediterraneo, happening colto per ascoltare e conoscere le molteplici culture che si affacciano su questo mare e le loro ibridazioni e contaminazioni. Giunto alla quarta edizione il festival occuperà gli spazi della troppo sottovalutata Ancona, tesoro nascosto dell’Adriatico, nodo economico ma anche culturale con le sponde balcaniche, centro dell’iniziativa Adriatico-ionico, un segretariato di cooperazione regionale per promuovere gli scambi e risolvere le controversie tra le due sponde.
Ed è proprio grazie a questo organismo e dalla volontà di creare network culturali che nasce il festival Adriatico-mediterraneo. «Fin dalla nascita abbiamo fatto concerti in luoghi simbolo del Mediterraneo, organizzandoci con partner in loco, invitandoli qua da noi e cooperando con loro per realizzare eventi di scambio culturale». A parlare è Giovanni Seneca ideatore e curatore dell’evento. «A maggio eravamo a Gerusalemme dove abbiamo portato sul palco lo Stabat Mater del marchigiano Pergolesi insieme al Magnificat, una scuola musicale inter-religiosa creata per favorire il dialogo interculturale. Poi siamo stati a Kotor in Montenegro, in Bosnia e poi andremo in autunno ad Istanbul per l’Anno europeo della cultura nella città turca».
Il festival, che dura fino al 5 di settembre, è dunque una sintesi di questi percorsi musicali, che intersecano pizziche, kletzmer, flamenco, brass band balcaniche (ospite d’eccezione il primo settembre Boban e Marko Markovic Orkestar) e folk italiano con gran finale di Carmen Consoli che domenica eseguirà un repertorio di musica siciliana alternato alla scaletta del suo tour del 2010 ventunodieciduemilatrenta. Location unica per la cantautrice catanese: una piattaforma mobile sul mare.
Si conferma la scelta colta e matura delle band anche se a tratti si avverte l’assenza delle vague giovani e le contaminazioni pop ed indie che impazzano dalla Turchia al Marocco, come l’arab indie di Soap Kill, l’hip-hop etnico dei marocchini Fnaïre, o l’electro dei palestinesi Ramallah Underground che si augura di trovare nelle prossime edizioni. Il festival, prevalentemente musicale, da spazio anche a momenti di riflessione con incontri, proiezioni, reading antirazzisti e teatro.
Chicca dell’evento la mostra Jasad - The arab body, centrata sulla rivista libanese Jasad (corpo), ideata dalla poetessa e giornalista Joumana Haddad e sulle opere di due collaboratrici della rivista, le artiste Ninar Esber e Sama Alshaibi. L’esibizione indaga la questione dei corpi della donna araba, ma in realtà è un’indagine biopolitica a tutto campo sui corpi e sulle narrative che li determinano, intavolando un discorso decostruttivo, sul quale si basa anche lo spirito della rivista.
Un’occasione imperdibile per allargare gli sguardi sulla complessità e vivacità di un mondo arabo «che - dice Joumana Haddad - nel dodicesimo secolo produceva un discorso sui corpi e la libertà, a oggi ineguagliato anche dal mondo occidentale». Una sfida culturale che gli artisti arabi oggi cercano di recuperare, sfatando i luoghi comuni degli arabi sempre intesi come musulmani e conservatori. Un festival dedicato a chi crede che il mare mediterraneo sia un ponte e non un muro eretto tra i popoli.
Il disastro di Fukushima, gli uragani, lo scioglimento dei ghiacci, l’aumento dei gas serra. E da noi le alluvioni, e ora anche il crollo di Pompei. Il 2011 non sarà ricordato come un anno “verde”.







