Raúl, la storia del calcio sacrificata per Mourinho

Alessio Nannini
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STORIE DI SPORT. Trentatré anni, capitano e bandiera del Real Madrid, costretto quest’anno ad emigrare nel campionato tedesco. Una carriera costellata da molteplici record: è il miglior realizzatore della Champions League con 66 gol e il miglior marcatore di tutte le competizioni Uefa con 68 (al pari di Inzaghi). Ha il primato di presenze con il Real (741) e di reti (323). Ed è il calciatore in attività ad avere giocato più partite nel campionato spagnolo, ad avere segnato più gol e fornito più assist.

Raúl Gonzalez Blanco è da sempre soltanto Raúl. Lo è per i genitori, per gli amici e la moglie, per i tifosi del Santiago Bernabeu di Madrid. Da poche settimane lo è anche per i sostenitori dello Shalke 04, la squadra tedesca per la cui maglia giocherà la stagione ventura. In verità un incontro ufficiale lo ha già disputato e vinto la settimana scorsa contro il Bayern Monaco, nella partita valida per la Supercoppa di Germania. Raúl  ha siglato il vantaggio nel primo tempo e deliziato il pubblico con la genialità di un pallonetto da fuori area per il tre a uno finale. Una prestazione superba.
 
Trentatré anni festeggiati a giugno, capitano e bandiera del Real Madrid: come è possibile che un atleta tale, il calciatore spagnolo più famoso di questo inizio di secolo, sia passato nel crepuscolo della sua carriera in Bundesliga? La risposta è semplice come cinica è spesso la sorte. I madrileni vogliono voltare pagina e iniziare un nuovo corso che lasci ai rivali del Barcellona le briciole. Insopportabile che la capitale non primeggi in patria e in Europa, e che i catalani aggiungano per altro spettacolo alla vittoria. Ecco dunque l’ingaggio di José Mourinho e la severa disciplina organizzativa che di solito anticipa i successi dell’allenatore portoghese. Prima che si cominci a giocare, il lusitano detta una condizione da cui non si prescinde: resta e arriva in società solo chi serve, arrivederci a tutti gli altri. Così Guti e Raúl  hanno fatto le valigie.
 
Sui campetti di Madrid
Guti, all’anagrafe José Maria Gutierrez Hernandez, è il gemello calcistico del capitano sebbene di qualche mese più anziano. Pare sia nato con la casacca bianca indosso, perché a dieci anni già correva per la squadra giovanile delle merengues. Abile con entrambi i piedi, centrocampista di buona corsa e ottimo fiuto per la marcatura, il bambino lasciava ben sperare per il futuro e accentrava le attenzioni di chi a Madrid aveva visto giocare i campioni del passato. Poi a Guti si affiancò, o meglio si aggiunse un altro giovinetto dal futuro brillante. Raúl, appunto; la cui infanzia calcistica merita un lieve digressione.
 
Nella prima metà degli anni Ottanta, nei campetti della periferia di Madrid, cresceva e dava spettacolo un bimbo mancino naturale di nome Dani. Giocava in una rappresentativa di quartiere, il San Cristobal de los Angeles, categoria alevin ed esterno sinistro di centrocampo. Agli allenamenti pomeridiani e alla partita della domenica lo accompagnava il padre, che in quella prole vedeva già l’estro del campione - difetto o virtù (fate voi) di molti genitori. Ma il signor Pedro era così convinto della sua impressione che pur di mettere in mostra suo figlio ne falsificò le generalità di nascita dandogli un anno in più e un nome fittizio, così da poterlo far esordire fra i dilettanti. Dani era in realtà Raúl, che tre anni dopo, fresco tredicenne fu spinto al grande salto in un’importante squadra della città. Non il Real, attenzione, bensì l’Atletico. Va bene l’avere gloria, ma la passione per il pallone ha le sue religiose regole; e a papà, acceso tifoso dei colchoneros, non sarebbe andato a genio un figliolo di bianco vestito. 
 
Quelli dell’Atletico visionarono il ragazzo e non persero tempo: penna e contratto, e il ragazzo finì alla corte del tecnico Francisco de Paula. Il primo anno la squadretta biancorossa si aggiudicò il campionato nella categoria preferente infantil con il primato di 308 reti realizzate. Circa un quarto portavano la firma di Raúl che l’anno seguente, fascia al braccio, ne marcò in totale 55. Papà Pedro gongolava immaginando di aver dato alla sua squadra quanto di meglio potesse offrire un tifoso, cioè il talento di un figlio. Tuttavia nel 1992, per quegli scherzi del destino che paiono generati da un romanziere in vena, accadde una sventura: il presidente Jesus Gil, che all’Atletico aveva dedicato ogni sforzo portando al Vicente Calderòn pure un giovane Christian Vieri, dovette far fronte a un grave dissesto finanziario. Decise dunque di sopprimere le squadre giovanili per salvare quella maggiore. Raúl  lasciò la casacca biancorossa nell’appendiabiti con il primato di 67 reti in 146 partite ufficiali e un dubbio da risolvere: che fare? Una possibile risposta aveva lo stemma coronato del Real Madrid: prendere o lasciare. E Pedro Gonzalez prese. 
 
Subito in squadra con Guti, Raúl  replicò le stagioni brillanti disputate con i cugini rivali. Insaccò il pallone 71 volte in 33 incontri ufficiali, non perse una partita che era una. Contro il San Vicente Atletico uscì  dal campo fra gli applausi di tutti: aveva segnato 8 gol. L’anno a seguire passò di selezione in selezione, senza mai accusare il cambio. Vinse tornei giovanili in Spagna e all’estero, insomma: un prodigio. Cosicché Rafael Benitez, in quegli anni allenatore della seconda squadra del Real Madrid, pensò di convocarlo anzitempo e farlo esordire nella seconda divisione spagnola. Alla fine nella cantera madridista, cioè la scuola calcistica giovanile, il ragazzo registrò 83 partite e 180 reti. Jorge Valdano, alla guida della prima squadra, volle provarlo in amichevole contro il Real Oviedo. Era il settembre del 1994, e Raúl  segnò su passaggio dell’esperto Butragueno: quel che si dice, un passaggio di consegne. 
 
La maglia n. 10
Neanche un mese dopo, e a causa dei tanti infortuni degli attaccanti, Valdano pensò di richiamarlo e inserirlo in partita contro il Real Saragozza. Non brillò, fu anzi scialbo come il resto della sua squadra. Per un esordio in grande stile serviva forse un palcoscenico di prestigio, che non esitò a venire. Sette giorni più tardi Raúl  ebbe ancora la maglia da titolare, ma fra le mura amiche del Santiago Bernabeu. Questo il menù che offrì ai suoi tifosi: prima rete in una partita ufficiale, assist per Ivan Zamorano, e un calcio di rigore procurato. Chi erano gli sfortunati avversari? Quelli dell’Atletico Madrid, ovvio. E chissà quale espressione assunse il viso di papà Pedro González in quei novanta minuti. Di certo sorrise Valdano, che dovette arginare giornalisti e tifosi entusiasti; e per evitare che quella primula blanca si montasse la testa, la rispedì non in seconda ma addirittura in terza squadra. Però il grande passo era stato compiuto. A diciassette anni Raúl  divenne titolare e vestì la maglia numero 7, che nessuno osò mai sottrargli: né Luis Figo, né David Beckham, né Cristiano Ronaldo, che con quella cifra sulle spalle erano cresciuti belli, ricchi, e vincenti.
 
Fu una curiosità il fatto che con i colori giallorossi della Spagna scelse invece il 10, che forse per caratteristiche tecniche gli era più congeniale. Nonostante abbia giocato anche come centrocampista di fascia, Raúl si riconobbe sempre nel ruolo di attaccante, privilegiando quello di seconda punta in appoggio a un centravanti robusto (fece coppia con Mijatovic, Ronaldo, Van Nistelrooy, Morientes, quest’ultimo suo compagno in Nazionale). Con la selezione iberica ricoprì egregiamente il ruolo di avanti per dieci anni, con un unico neo nei quarti di finale degli Europei del 2000. Sotto di due reti a una contro la Francia campione del mondo, si assunse la responsabilità di calciare il rigore del possibile pareggio all’ultimo minuto: palla altissima sopra la traversa e triplice fischio. I francesi vinsero poi la finale opposti a noi italiani, mentre gli spagnoli rientrarono fra le polemiche, rivolte soprattutto al capitano madrileno.
 
Dopo quello sventurato pomeriggio, Raúl  lasciò il 10 per giocare con il 7 anche in Nazionale, ripercorrendo al contrario una vicenda cantata anni prima da Francesco De Gregori. Saranno infine 104 le partite e 44 le reti con la Spagna: un duplice record che allunga una lista copiosa: Raúl è il miglior realizzatore della Champions League con 66 gol e il miglior marcatore di tutte le competizioni Uefa con 68, al pari di Filippo Inzaghi; ha il primato di presenze con il Real Madrid, 741, e di reti, 323. Ed è il giocatore in attività ad avere giocato più partite nel campionato spagnolo, ad avere segnato più gol, ad avere fornito più assist. Rispettivamente 550, 228, e 83. Numeri sbrigativi che hanno il dono della sintesi. Ma l’ultimo dei record di Raúl  è un racconto che prende qualche riga in più. 
 
Era il 24 aprile scorso, il giocatore sapeva di disputare probabilmente l’ultima partita con il Real Madrid. Ne era al corrente perché le intenzioni del presidente Pérez erano risapute, e anche perché quei novanta minuti si sarebbero giocati alla Romaneda, lo stadio del suo debutto contro il Real Saragozza. Coincidenze. Fascia regolarmente al braccio, Raúl  cercava una prestazione da ricordo e un gol per entrare nel podio dei migliori marcatori della Liga. Qualcosa però andò storto: la sua caviglia, che si piegò provocandogli una distorsione.
 
L’allenatore Manuel Pellegrini preparò il cambio, ma lui di andarsene non ne volle sapere, e piuttosto che uscire di scena per infortunio rischiò l’aggravarsi passeggiando in campo in attesa della palla buona. Che arrivò al quinto del secondo tempo: Higuain tira dal limite e il portiere Roberto respinge sulla sua destra, arriva Ronaldo che calcia di prima intenzione, e ancora Roberto salva. La sfera ritorna al portoghese che, defilato sulla linea di fondo, mette al centro dove Raúl  appoggia in porta di piatto sinistro.
 
Vantaggio madridista, e tripla gioia per il capitano: entra nella storia come terzo marcatore di sempre della Liga, diventa insieme a Hugo Sanchez il calciatore che segnato più volte per primo in una partita (77), e  si congeda con gli onori che si addicono a un alto ufficiale di guerra. E cos’è il rettangolo di gioco se non un piccolo campo di battaglia, con le sue vittime e i suoi eroi?   

La prima pagina del giornale
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Il disastro di Fukushima, gli uragani, lo scioglimento dei ghiacci, l’aumento dei gas serra. E da noi le alluvioni, e ora anche il crollo di Pompei. Il 2011 non sarà ricordato come un anno “verde”.

268 24 December 2011
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