Tra veleni e sogni di sviluppo

Salvatore Romeo

LA STORIA. Da baluardo della questione meridionale a bomba ecologica di un’intera nazione. I senza lavoro aumentano e dopo ogni monitoraggio vengono scoperte nuove sostanze nocive prima ignorate.

Cinquant’anni fa c’era il boom economico e l’ambiente non era proprio il primo dei problemi. Esplodeva la produzione di “beni di consumo durevole” – autoveicoli ed elettrodomestici soprattutto – per la cui fabbricazione occorrevano laminati di acciaio. Ma l’improvviso aumento delle richieste di questi prodotti ha portato ad esaurimento le capacità della siderurgia italiana. Le alternative possibili erano due: aumentare le importazioni oppure espandere la disponibilità interna di acciaio. Si optò per la seconda: per non sbilanciare i conti con l’estero e per consentire ai nostri produttori (su tutti il gruppo pubblico, la Finsider) di rendersi competitivi rispetto ai concorrenti europei. Insomma, la priorità era lo sviluppo a ogni costo. L’equilibrio dell’ecosistema non era nemmeno contemplato.
 
E poi c’era la questione meridionale. All’ordine del giorno vi era cioè l’idea che la profonda trasformazione dell’economia del Sud avrebbe permesso di realizzare finalmente l’unificazione economica del paese. Questa almeno la visione dei  “nuovi meridionalisti” raccolti attorno alla Svimez, ma influenti su pezzi importanti delle classi dirigenti dell’epoca. Nella loro prospettiva lo sviluppo di una siderurgia meridionale avrebbe dovuto svolgere un ruolo decisivo, inducendo le imprese utilizzatrici di acciaio a spostare verso Sud il baricentro della loro attività. Ne sarebbe risultata la diffusione, almeno in una parte del Mezzogiorno, di alcuni fra i settori a quel tempo più dinamici. 
 
Fu da queste sollecitazioni che venne il progetto di un nuovo centro siderurgico da ubicare al Sud. Fu scelta Taranto perché scontava una posizione geografica favorevole, un assetto idro-geologico più stabile di altre realtà e una discreta tradizione industriale (anche se ormai in profonda crisi). D’altra parte le iniziali resistenze di Finsider – preoccupata per l’eccentricità del nuovo impianto rispetto alle principali aree di consumo – furono superate grazie ai contributi e alle agevolazioni concesse dal governo. 
 
Oggi la domanda è questa: fu lungimirante insediare un grande polo in un contesto relativamente arretrato, provocando squilibri economici, sociali e soprattutto ambientali? Il rapporto con la città infatti è stato e resta difficile. Di recente sono stati rilevati livelli impressionanti di inquinamento da diossina, benzo(a)pirene, berillio. Ad ogni monitoraggio sembra sorgere un nuovo allarme legato a sostanze tossiche prima ignorate. Allo stesso tempo neanche l’occupazione e l’economia locale sono più pienamente garantite dalla grande fabbrica. 
 
Ci sarebbe da interrogarsi, insomma, sulla sostanziale mancanza di un governo dello sviluppo. Che rappresenta la cifra e forse anche il lascito più duraturo del liberismo italiano.    

La prima pagina del giornale
2412_TERRA_001.jpg

Il disastro di Fukushima, gli uragani, lo scioglimento dei ghiacci, l’aumento dei gas serra. E da noi le alluvioni, e ora anche il crollo di Pompei. Il 2011 non sarà ricordato come un anno “verde”.

268 24 December 2011
Ultime discussioni
OpinioneAppello per la Pace e i diritti nella Regione Kurda
da alessiodiflorio
 - 07/02/2012 - 22:09
Opinionela neve, il gas, la pace
da pietro ancona
 - 07/02/2012 - 18:53
Opinionel'anima nera dell'Europa
da pietro ancona
 - 06/02/2012 - 21:56
OpinioneIl Dio dei gatti
da robertod1961
 - 29/01/2012 - 16:05
OpinioneIl corporativismo al tempo di Monti
da pietro ancona
 - 24/01/2012 - 15:31